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DIARIO AZZURRO n.243 del 08.07.2008
di
SILVANO AGOSTI
Mi
fermo volentieri a parlare quando capita di visitare un centro urbano
minore, dove in genere tutti o quasi i ragazzini del Paese, verso
sera, sono radunati nella piazzetta principale.
Mi è capitato di presentare un mio film ad Alberobello, paesino
della Puglia.
I ragazzini mi domandano se è bello fare il cinema e mi capita
di dire loro “Non parliamo di cinema, parliamo di segreti.”
“Quali segreti? I veri segreti sono rari.”
Mi dice un ragazzetto.
“Allora vi dirò un segreto raro.”
Tutti si mettono in cerchio intorno a me, quasi a garantire protezione
e fedeltà.
Mi alzo spostandomi verso il centro della piazzetta e comincio a
camminare all’indietro.
“Ecco qua, è semplice. Se volete tornare indietro nel
tempo dovete semplicemente camminare all’indietro.”
“Mio nonno si lamenta che è vecchio.”
“Digli che ogni chilometro camminato all’indietro lo
fa ringiovanire di un giorno.”
I ragazzini incominciano, tutti, a camminare all’indietro.
Evidentemente la mia autorevolezza di uomo venuto dal nord li ha
facilmente convinti.
Arriva un furgoncino azzurro.
I giovani che hanno organizzato la serata sono il solo nucleo dinamico
del piccolo centro e per questo il loro ufficio, aggregato all’Arci,
ha sede in un furgoncino. Nessuno, infatti, in paese osa proporre
loro come ufficio una sede in muratura. La cosa potrebbe dispiacere
all’Autorità in penombra che regola la vita di quasi
tutto il meridione.
Il film in questione è intitolato D’amore si vive,
un’appassionata ricerca realizzata nell’arco di tre
anni a Parma. Una ricerca sulla tenerezza, la sensualità
e l’amore.
Non dimenticherò facilmente il senso di godimento che andava
invadendo sempre più la sala gremita, via via che i personaggi
offrivano le loro testimonianze.
Poi verso le undici, alla fine del film inizia un regolare dibattito,
l’interesse si rivela da subito intenso.
Nella notte il confronto diviene sempre più vitale e appassionato,
la sala gremita si perde oltre i confini del tempo. Al punto che
d’improvviso noto oltre la porta socchiusa la luce del mattino.
Il dibattito è durato oltre otto ore. Mai accaduto prima.
“Usciamo a salutare il giorno”, dico aprendo la porta.
Nella piazzetta deserta un ragazzino è ancora intento a camminare
all’indietro.
Viene verso di me e, garantito dai suoi grandi e scintillanti occhi
neri, mi dice “Il segreto è vero, ma ora smetto, altrimenti
a scuola mi rimandano in prima elementare.”
Ha camminato anche lui tutta la notte.
Andiamo tutti e due a dormire, ognuno col suo segreto.
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Al ballo del tango
Il
tango disegna
Nel nulla
Misteriosi percorsi
Poi si perde
in memorie di stile.
I due ballerini
Sembrano amanti
Da sempre
E se non sono
Sublimi
La pena è infinita.
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Oggi voglio ricordare l’amico Franco Basaglia proponendo ai
lettori del Diario alcuni stralci di una intervista fattami da Umberto
Rondi
Chi
era l’uomo Basaglia, come lo ha conosciuto?
«Era
una persona serena e, come i fiumi e come la vita, incapace di fermarsi.
Era persona estremamente gradevole da frequentare e si leggevano
sul suo volto solo le ammaccature della mediocrità della
psichiatria ufficiale, dell’ambiente, della cultura italiana
con la sua ottusità programmatica, la sua indifferenza pachidermica,
la sua ipocrita volontà di innovare conservando sempre tutto
persino le carte stracce, un passato consunto, con le sue lotterie,
i suoi campi di calcio pieni di poveri Cristi.
Aveva sul volto soltanto queste tracce, ma per il resto era sicuramente
un bambino cresciuto».
«Ho voluto far riemergere dall’oblio il nome di Franco
Basaglia.
Un oblio dovuto più alla personalità di Basaglia o
alla realtà esterna?
Un oblio dovuto al fatto che questa attuale cultura, la cui ferocia
è senza pari, non gradisce ciò che si riferisce alla
vita. Ciò che è vitale è fastidioso per un
territorio economico e quindi Basaglia appartenendo in modo totale
al territorio della vita va dimenticato».
Basaglia non era in fondo un po’ utopista?
«Prima di tutto il progetto di Basaglia non era un’utopia
perché
in parte si è realizzato: 148.000 persone che vivevano legate
ai letti con le camice di forza e venivano picchiate sistematica-mente,
tutti i giorni, subivano l’elettroshock e morivano a grappoli
oggi non sono più recluse».
Fino a pochi anni fa era aperto, per fare un esempio, il manicomio
di Agrigento un posto terribile, come è stato documentato…
«Adesso non esiste più, perché qualsiasi manicomio
è fuorilegge.
L’originaria legge 180 che poi è stata assimilata dalla
riforma sanitaria è in vigore da molti anni, ma molti ancora
non sanno che non è più possibile come allora che
una persona venga presa, portata in manicomio e tenuta lì
per trent’anni. Ti possono tenere due settimane al massimo,
poi devono dare una diagnosi e farti uscire. Ci sono i cosiddetti
Cim, day hospital, quelle ASL che hanno il compito di ricevere queste
persone in zone che si chiamano “di riabilitazione’’
che vengono esaminate, curate, aiutate. Ma non c’è
più la reclusione. Ci sono dei residui di manicomi, qua e
là, spesso per i cosiddetti “cronici’’
che sono in genere persone molto anziane per cui fra un po’
di tempo gli ex-manicomi saranno completamente vuoti e spero per
sempre».
Una volta usciti dai manicomi questi malati si sono ritrovati nel
nucleo famigliare d’origine creando talora degli effettivi
problemi.
«Per prima cosa direi che è la famiglia stessa che
molto spesso ha condotto sull’orlo della follia queste persone…».
Lei considera dunque la follia come un supporto sociale diciamo
«successivo» in una persona, non un’anomalia originaria
e innata…
«Intanto il numero delle persone che possono essere soggette
a delle reali anomalie mentali è esiguo e il problema si
risolverebbe con un solo ospedale in tutt’Italia…
Il fatto è che negli ex-manicomi ogni malato rendeva ogni
giorno l’equivalente di cento euro di oggi, e quindi venivano
reclutati il più possibile malati, gente disoccupata, alcolizzati…
Tutti i manicomi erano stracolmi. Ogni manicomio poteva contenere
mille, duemila talvolta anche più ricoverati… basta
fare duemila ricoveri per cento euro fa duecento mila euro al giorno.
Li liquidavano con una fetta di mortadella e due savoiardi, ed
ecco fatto, duecentomila euro al giorno! Era un business».
Che cosa è stato il «dopo Basaglia»?
«Esattamente quello che è un set quando vengono spente
le luci.
Una volta sparita la luce-Basaglia, il set della psichiatria è
altrettanto malinconico di qualsiasi set quando vengono spenti i
riflettori.
È molto meglio accorgersi che questa società è
contro l’essere umano e cercare di costruire un’altra
società dove il pensiero di Basaglia sia non solo normale
ma ovvio».
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Un amico mi manda questa mail che propongo come la mail
della settimana.
Da: Nicola Menga [mailto:ilmenga@yahoo.it]
Inviato: giovedì 3 luglio 2008 2.08
Ciao
Silvano
sono Nicola. Ogni giorno penso che dovrei scriverti una mail nella
quale magari farti domande rispetto alla vita, all'amore, esporti
qualcuno dei dubbi che mi vengono quotidianamente. Poi però
mi accorgo che gli argomenti sono tanti, troppi...e una mail difficilmente
consente a un discorso di spaziare e fluire liberamente saltando
di palo in frasca...non ha la leggerezza di una conversazione, che
arriva dove vuole, come l'acqua, perchè asseconda la forma
del tempo. Per cui spesso mi dico, quasi quasi vado a Roma a trovarlo
al cinema, dato che il lunedì sta alla cassa...così
ci prendiamo un caffè e ci si fa una chiacchierata.
Silvano, io sono un pò confuso...quel che dici nei tuoi diari
lo condivido anche se non sono in grado di metterlo in pratica,
trovo anche che sia auspicabile affinchè l'umanità
possa raggiungere il "benessere" senza limitarsi al "benestare".
Però mi chiedo, e se il male fosse un lato irrinunciabile
della natura dell'uomo? E se la tendenza a creare gerarchie sociali
fosse un'esigenza radicata, così come l'odio? Del resto non
c'è pieno senza vuoto, non c'è amore senza odio...è
forse solo una questione di definizioni? Personalmente non ho bisogno
nè di gerarchie nè di odiare qualcuno, ma è
pur vero che non posso ergermi a rappresentante dell'umanità...forse.
Vedo tanta gente offuscata dal materialismo estremo e dal misticismo
estremo, dagli ottimismi e dai pessimismi, gente che, come me, ha
perso il controllo e la percezione di se stessa e non si orienta
più..e recita copioni che detesta, convinto di fare il proprio
bene..o forse non convinto affatto avanza per pura inerzia. E' per
questo che sono dubbioso. E' difficile ascoltarsi...soprattutto
in alcuni casi. Quando ad esempio non si comprendono le origini
degli impulsi ma si avvertono comunque gli impulsi, oppure anche
conoscendone l'origine si preferisce ignorarla. Io sono così.
Visto che già mi sono dilungato abbastanza ti faccio un esempio...io
ho problemi di peso, sono grasso. Non posso pensare di rinunciare
al piacere che mi da il cibo (pur essendo spesso un piacere perverso,
slegato dalla qualità del cibo in se) per "mettermi
a dieta" o "andare in palestra" per anni e anni,
nonostante ciò comporterebbe un miglioramento della salute
(presente e futura), e mi farebbe riconoscere di nuovo allo specchio.
Altro esempio, temo di aver danneggiato la mia dedizione alla creatività.
Da bambino stavo intere giornate a disegnare e a leggere. La cosa
è durata per anni finchè poi entrando nell'adolescenza
(quel periodo in cui gli individui portano a compimento la corruzione
delle proprie menti) ho ridimensionato la mia dedizione nei confonti
di queste attività. Non so perchè, forse la scuola
ti cambia la percezione della giornata, e il tempo improvvisamente
diventa meno disponibile...e quando ti accorgi di averne poco e
che in quel lasso di tempo c'è la vita da vivere...e forse
lì che scatta l'ossessione. Allora uno si mette a cercare
"una ragazza", prima con tenerezza, poi, man mano che
ci si scontra con i rifiuti e con i fallimenti, come se fosse un
pozzo di petrolio. Dopo c'è sempre meno voglia di sporcarsi
le mani col gioioso rischio della creatività e dell'amore
e l'unico desiderio è quello di dormire, ubriacarsi e darsi
alla pornografia (in senso stretto ma anche in senso lato). E nonostante
tutto questo, la mia tendenza alla creatività non mi ha mai
abbandonato..ha resistito ad ogni mio tentativo di massacrarla.
Mi chiedo come si possa uscire da questo inferno....nonostante mi
faccia costantemente domande, nonostante abbia avuto la fortuna
di incontrare i tuoi diari e i tuoi libri, io continuo a non agire.
Scusa silvano per la lunghezza della lettera, spero che troverai
il tempo di leggerla e magari di rispondermi. Grazie.
Un abbraccio,
Nicola.
Caro
Nicola
Credo
che qualsiasi forma di “male” esprima una disperazione
e qualsiasi serenità non possa che produrre “bene”.
Non penso in alcun modo che il male sia una caratteristica insita
nella matura umana, penso piuttosto che chi compie una o più
azioni malvage denunci una forte disperazione.
La disperazione nasce, credo, ogni volta che l’essere umano
perde la certezza di poter avere il minimo necessario per vivere
e cioè un’abitazione, del buon cibo,un lavoro non opprimente
e di breve durata (tre ore al giorno sono più che sufficienti)
tanti amici, possibilmente tanti amori, l’accesso alla contemplazione
delle opere d’arte umane (pittura, letteratura, musica, danza
etc.), e naturali (tramonti, superfici marine, vallate, boschi,prati
fioriti).
Non penso che tu debba confrontare la tua situazione con una immagine
ideale della vita che magari non ha alcuna legittimità realistica.
Penso invece che sia dovere di ognuno affrontare una ad una le difficolta
che si incontrano e risolverle, magari con l'aiuto di amici e persone
che ti vivono accanto.
In generale ciò che giustamente affligge gli esseri umani
sono i rapporti di dipendenza.E' importante eliminare qualsiasi
dipendenza per poter scoprire la propria integrità e aiutare
anche gli altri. In pratica offri due o tre ore al giorno della
tua vita alle persone che tendono a creare con te, magari in nome
dell'amore, una dipendenza.
Ma tutto ciò non significa che il confronto con le difficoltà,
all'interno di una cultura oppressiva come questa, non debbe continuare.
Auguri di buon cammino e di rispetto costante del proverbio "comanda
e fai da te sarai servito come un re."
Un saluto affettuoso,
Silvano
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