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DIARIO AZZURRO n.236 del 14.05.2008
di
SILVANO AGOSTI
Primavera
di Budapest
Se
mi chiedessero cosa emerge più frequentemente dai molti incontri
con le persone che quotidianamente si confidano e chiedono un parere
o un pensiero su ciò che accade loro, senza dubbio direi
che nella maggior parte dei casi il disagio emergente è relativo
al fatto che nessuno sta vivendo il proprio destino.
Molto spesso il passaggio dalla dipendenza nei confronti della famiglia,
alla dipendenza nei confronti di un eventuale datore di lavoro,
produce forti amarezze e un comune sconforto.
Credo proprio sia importante creare uno spazio tra la fine dell’adolescenza
e l’inizio della giovinezza, un investimento di almeno due
o tre anni da impiegare esclusivamente in un percorso di conoscenza
del mondo.
Si tratta veramente di organizzarsi per andare in altri paesi e
arricchirsi di un confronto tra il conosciuto e l’imprevisto.
Consumare come un nettare prelibato l’emozione dei mille incontri,
sentendo crescere dentro, inesauribile, il fluire dell’energia
vitale.
E’ un grave errore l’idea di “cercare un lavoro”
al termine ad esempio di una esperienza di diploma o anche di laurea.
Ieri sera è venuto al cinema un ragazzo di ventitre anni
e ha raccontato con lo sguardo che andava via via diventando sempre
più lucente che era di ritorno da Budapest e che quella città
gli aveva dato emozioni così intense da fargli decidere di
tornare là al più presto.
Una casa in affitto pare costi sui 200 euro e a suo parere la magia
del Danubio che scorre solenne è un’esperienza impossibile
da raccontare ma anche impossibile da dimenticare.
“Figurati che magari stai camminando in una strada silenziosa
e deserta, vedi una porticina che si schiude, entri e ti trovi in
un posto immenso con alcune centinaia di giovani che dialogano,
si prendono una bibita, senza musiche assordanti, senza disperazioni
striscianti, da coprire con il chiasso della musica.”
Allora ho chiesto che progetti aveva rispetto a una città
con una lingua sconosciuta, così diversa dalle sue precedenti
esperienze.
“Ma parlano tutti l’inglese e poi io voglio solo starmene
lì finchè non avrò chiaro nella mente cosa
fare qui e allora tornerò, con abbastanza Danubio negli occhi
e gestirò il mio destino. Mi basta la sensazione di voler
trovare la forza di essere il solo autore, nonché il solo
responsabile del mio destino.”
Mi è sembrato un discorso da riferire e infatti lo sto facendo
nella certezza che la determinazione raggiunta dal ragazzo ventitreenne
possa ispirare
Il maggior numero di persone a riflettere sulla propria condizione
e farsi dono di una responsabilità precisa sull’andamento
della propria vita.
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Il caro amico Umberto Rondi mi ha suggerito, con riferimento al
trentennale della legge Basaglia sulla messa fuori legge dei manicomi.
Di pubblicare alcuni passaggio di una bella intervista sul tema.
13 MAGGIO 2008: 30 anni dalla legge Basaglia
CINEMA
E FOLLIA. INTERVISTA CON SILVANO AGOSTI AMICO DI BASAGLIA E AUTORE
DI NUMEROSE OPERE DEDICATE ALLE PERSONE MALATE DI MENTE, TRA CUI
“ LA SECONDA OMBRA” ISPIRATO PROPRIO A BASAGLIA
Chi
era l’uomo Basaglia, come lo hai conosciuto?
‘’Era una persona serena e, come i fiumi e come la vita,
incapace di fermarsi. Era una persona estremamente gradevole da
frequentare e si leggevano sul suo volto solo tutte le ammaccature
della mediocrità circostante, dell’ambiente, della
cultura italiana con quella sua ottusità programmatica, con
la sua indifferenza pachidermica , con la sua ipocrita volontà
di innovare conservando sempre tutto persino le carte stracce, gli
stracci, il passato, con le sue lotterie, i suoi campi di calcio
pieni di poveri Cristi. Aveva sul volto soltanto queste tracce,
ma per il resto era sicuramente un bambino cresciuto .’’
Un oblio dovuto più alla personalità di Basaglia
o alla realtà esterna?
‘’Ho voluto far riemerge dall’oblio il nome di
Franco Basaglia. Un oblio dovuto al fatto che questa attuale cultura,la
cui ferocia è senza pari non gradisce tutto ciò che
si riferisce alla vita. Ciò che è vitale è
fastidioso per un territorio economico e quindi Basaglia appartenendo
in modo totale alla vita va dimenticato”.
Basaglia non era in fondo un po’ utopista?
‘’Prima di tutto il progetto di Basaglia non era un’utopia
perché in parte si è realizzato. Cioè che 148.000
persone che vivevano legate ai letti con le camice di forza e venivano
picchiate sistematicamente tutti i giorni , subivano l’elettroshock
e morivano a grappoli oggi non sono più recluse’’.
Fino a pochi anni fa era aperto, per fare un esempio, il manicomio
di Agrigento un posto terribile, come è stato documentato…
‘’Adesso non esiste più, perché qualsiasi
manicomio è fuorilegge. L’originaria legge 180 che
poi è stata assimilata dalla riforma sanitaria è in
vigore da molti anni ma molti ancora non sanno che non è
più possibile come allora che una persona venga presa portata
in manicomio e tenuta lì per trent’anni. Ti possono
tenere due settimane massimo poi devono dare una diagnosi e farti
uscire. Ci sono i cosiddetti Cim, day hospital, quelle ASL che hanno
questo compito di ricevere queste persone in zone che si chiamano
‘’di riabilitazione’’ che vengono esaminate,
curate, aiutate ma non c’è più la reclusione.
Ci sono dei residui di manicomi, qua e là, spesso per i cosiddetti
‘’cronici’’ che sono in genere delle persone
molto anziane per cui fra un po’ di tempo questi saranno morti
tutti per cui i manicomi saranno completamente vuoti.’’
Il problema è che una volta usciti dai manicomi questi
malati si sono ritrovati spesso nel nucleo famigliare d’origine
creando talora degli effettivi problemi.
‘’Per prima cosa direi che è la famiglia stessa
che molto spesso ha condotto sull’orlo della follia queste
persone…”
Tu consideri dunque la follia come un supporto sociale diciamo ‘successivo’
in una persona, non un’anomalia originaria ed innata…
‘’Intanto il numero delle persone che possono essere
soggette a delle reali anomalie mentali è talmente esiguo
che si risolverebbe con un solo ospedale in tutt’ Italia…Il
problema è che negli ex-manicomi ogni malato rendeva ogni
giorno l’equivalente di cento euro di oggi, e quindi venivano
reclutate il più possibile malati, gente disoccupata, alcolizzati…tutti
i manicomi erano stracolmi. Ogni manicomio poteva contenere, mille,
duemila talvolta anche più ricoverati…sa basta fare
duemila ricoveri per cento euro fa duecento mila euro al giorno.
Li liquidavano con una fetta di mortadella e due savoiardi,ed ecco
fatto, duecentomila euro al giorno! Era un business.
E’ cambiata la tua idea di malattia mentale dai tempi
di ‘’Matti da slegare’’?
‘’Io non credo che la malattia mentale sia diversa dal
raffreddore, o dalla peritonite. La malattia mentale ha la dignità
di qualsiasi altra malattia, certo ci può essere una follia
squallida ed una ricca, saggia. Ma, invece, quando la malattia diventa
un mercato probabilmente è molto importante che ci siano
milioni di persone che prendono l’influenza e allora magari
le case farmaceutiche studiano un virus dell’influenza che
mettono forse in qualche cibo in modo che così hanno un mercato,
capisce…perché dopo potranno produrre il vaccino contro
l’influenza. Siccome io non mi fido per niente di questi regimi
che in questo momento governano il mondo, immagino che possano fare
qualsiasi cosa pur di creare dei mercati e a suo tempo anche la
malattia mentale è stata un mercato perché in un centro
urbano tutta la città viveva economicamente sul manicomio…duemila
persone a cui dar da mangiare, per esempio i negozianti facevano
affari d’oro…
Cosa è cambiato nella società rispetto al
rapporto con la malattia mentale dai tempi di “Matti da slegare”
(’75) a “La seconda ombra” (2000)?
“La situazione è molto cambiata. Ai quei tempi il rapporto
con la malattia mentale praticamente non esisteva. Oggi esiste una
cultura diversa, il rapporto c’è anche se c’è
il terrore di guardare se stessi di tanti- l’assurdità
di tanti comportamenti e situazioni della propria vita scoprirsi
un po’ insani di mente, dallo stress semicronico alla frequente
e triste audodistruttività della propria vita quotidiana.
E’ chiaro allora che la persona con un disturbo mentale può
venire allontanata ‘da sé’, anche solo come idea,
non dico ricerca; o stigmatizzato, isolato, come forma di autodifesa,
scarico, rimozione. E’ un confronto con sé stessi,
prima che con una persona che possono risultare difficili e problematici
anche se spesso vitali”.
Perché si è parlato molto di questo film ma
lo si è visto poco? Perché non ci sono come all’estero
delle sale pubbliche anche per un cinema come il suo?
‘’Io amo molto l’idea di rappresentare sempre
di più la vergogna di questa cultura. Mi piace molto l’idea
di andare avanti a creare delle opere e di lasciar pure che questa
società non ne fruisca così come si lascia sbagliare
un figlio. Probabilmente gli aggregati sociali hanno bisogno di
trascurare gli aspetti forse più importanti che sono la creatività
e la poesia e quindi io ho fatto un film come espressione massima
della mia vitalità sicuro che se non è adesso sarà
tra cinquant’anni tra duecento anni, sicuro che sto dialogando
con una parte vitale dell’umanità. Che poi i regimi
attuali si frappongono fra la mia voce e l’ascolto di questa
parte vitale dell’umanità questo non è problema
mia però io sono sicuro che il mio dire, il mio rappresentare
, le mie immagini arriveranno allo sguardo di milioni di persone
non so quando e non so neanche come, però lo sento. Questo
non mi emozione di più di quanto quell’albero lì
sappia ogni giorno milioni di persone lo vedono, non è che
per questo lui si esalta, dice tanto peggio per chi non mi guarda.
Quindi non è che io mi esalto al pensiero che milioni di
persone possano vedere i miei films , lo trovo assolutamente naturale,
semmai mi sconcerta il fatto che milioni di persone oggi non possano
vedere i miei films , grazie anche a dei guardiani molto ferrei
del regime’’
Che cosa è stato il ‘dopo Basaglia’?
‘’Esattamente quello che è un set quando si sono
spente le luci. Una volta sparita la luce Basaglia il set della
psichiatria è altrettanto malinconico di qualsiasi set quando
vengono spente le luci . Per questo io uso il sole, perché
il sole non si può spegnere, allora il mio set rimane sempre
illuminato.’’
Quindi diciamo l’evoluzione dell’idea di Basaglia a
che punto è arrivata..?
‘ E’ molto meglio accorgersi che questa società
è contro l’essere umano e cercare di costruire un’altra
società dove il pensiero di Basaglia sia non solo normale
ma ovvio .’’
UMBERTO RONDI
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Ecco
un altro breve stralcio della tesi di Gabriella Virgillitto.
Cap
III
Il Cinema clandestino di Silvano Agosti
Il cinema è un atleta
Il cinema è portatore di idee
Il cinema è una visione del mondo
Ma il cinema è un malato
L’industria gli ha gettato
Negli occhi una manciata d’oro…
Abili imprenditori con storie lacrimose
Ingannano la gente
V. Majakowsky
Nell’affrontare
un’analisi dei film di Silvano Agosti, non si può prescindere
dal considerare il rapporto unico che questo autore ha con il cinema.
Abbiamo già definito Silvano Agosti come un “autore
totale”, nel senso che egli è contemporaneamente esercente,
produttore, sceneggiatore, regista, montatore, dei suoi film, che
vengono proiettati perlopiù nel cinema di cui egli stesso
è proprietario. Questo autore ha sperimentato l’invadenza
dell’industria nel cinema e ha preferito tirarsi fuori dai
meccanismi della grande produzione e distribuzione, portando avanti
un’idea di “cinema di condominio”, un cinema che
chiunque può far proprio, magari proiettando a casa propria
i film che più ama e che gli altri condomini potrebbero andare
a vedere; si tratta di autogestione della propria creatività,
patrimonio di ogni essere umano e che invece, nell’ottica
di una società altamente industrializzata, diventa appannaggio
di pochi eletti che producono merce spacciandola per arte, lasciandosi
lusingare dal desiderio di successo e di soldi.
“Io ho sempre prodotto i miei film senza denaro, questo
perché, secondo me, produrre con il denaro è un’umiliazione;
anche un cane con un pacchetto di denaro in bocca può produrre
un film, basta che arrivi scodinzolando a Cinecittà con un
biglietto in bocca con su scritto:”io ho i denari, voglio
produrre un film” ed ecco che un cane diventa produttore,
ed ecco perché quasi tutti i produttori sono a livello di
un cane, non esiste più il produttore geniale che va cercando
autori geniali, che li promuove, produce, in cambio ci sono questi
poveri, squallidi personaggi che pensano sempre di giocare alla
lotteria facendo un film, insomma lo fanno solo per soldi.
A me sembra che quasi tutto questo non abbia niente a che fare con
l’arte” .
La figura dell’autore in questo senso si distingue anche da
quella dell’artista che per Silvano Agosti si riveste di un
ruolo “degenerante” proprio perché lascia che
la propria libertà espressiva scenda a patti con il potere
e con il denaro. Piuttosto che mutilare il proprio desiderio di
libertà Silvano Agosti ha preferito esprimersi in un territorio
di clandestinità, in quanto nessun autore può essere
libero se si esprime attraverso l’industria.
“L’artista, inteso come ruolo, è degenerante,
come qualsiasi ruolo; invece l’autore diventa autore non soltanto
della propria opera ma anche di se stesso e del proprio destino.
L’artista in questa società viene considerato una specie
di folle tollerabile perché in fondo si limita a dipingere
quadri o a scrivere libri, va sorvegliato e a volte anche ucciso
come capita con Pasolini, ma in linea di massima viene tollerato,
è consentito, per esempio, che lui non si sottometta alla
schiavitù del lavoro; invece l’autore è innanzitutto
non solo autore del proprio destino, ma anche autore della propria
creatività, quindi è molto più difficile sottometterlo,
in quanto l’autore è libero di esprimersi, al contrario
dell’artista deve soggiacere a una serie di norme, la sua
libertà permane fintanto che il suo percorso creativo è
più corto del guinzaglio che gli hanno messo, ma se osa andare
aldilà il guinzaglio lo strozza. L’autore non ha guinzagli,
però in questa società, ripeto, è costretto
a muoversi nella clandestinità, altrimenti viene censurato”
Risulta più facile adesso comprendere la ragione per la quale
Silvano Agosti non può affidare a nessun altro alcuna delle
fasi creative dei suoi film, sarebbe paradossale, a questo punto
che l’autore affidasse dati creativi fondamentali del film,
come la fotografia, il montaggio o l’organizzazione stessa
del film a qualcun altro. Silvano Agosti vuole ridare alla creatività
cinematografica, la stessa totalità che ha la creatività
nella pittura, nella scrittura, nella scultura e persino nell’architettura,
“Se Giotto avesse avuto un disegnatore di linee, un organizzatore
di masse armoniche, un montatore e poi fosse andato lì a
dare il tocco creativo, il campanile non sarebbe di Giotto, ma anche
di Giotto. Credo che questa promiscuità creativa sia letale
per il cinema, e invece sia molto fruibile e funzionale per l’industria,
per il discorso del prodotto che va confezionato nel più
breve tempo possibile e deve rendere il maggior denaro possibile.
Ma questo non c’entra niente con il cinema” .
Il percorso creativo di Silvano Agosti, fondamentalmente, parte
dal desiderio di abbattere la figura “sinistra che è
l’artista” e di proporre una riscoperta di quanto fondamentale
sia la creatività in ogni essere vivente. Quindi abbattere
il muro che c’è fra chi crea e chi fruisce, fra lo
spettatore e l’autore. “Ci deve essere un territorio
di autori, ognuno dei quali fruisce dell’autorevolezza e dell’esclusività
di ognuno. Perché così ognuno diventa non soltanto
autore delle proprie opere, ma anche, ed è ciò che
maggiormente conta, autore del proprio destino. Questo è
il mio sogno creativo. Ed è un sogno, non a caso, che ha
una forte convergenza di creatività, di sensibilità
espressiva, ma anche di coscienza politica. Sogno una comunità
umana dove ogni persona è talmente se stessa, che non c’è
più bisogno di creare delle opere, perché la creatività
serpeggia talmente in ogni dove che è inutile creare”
.
Alludendo ad un’umanità dove ogni persona è
perfettamente creativa e cioè è se stessa.
“La presenza di pochi artisti è, secondo me, sintomo
di un’umanità corrotta, un’umanità non
corrotta sarebbe innanzitutto una società che consenta a
tutti di avere il necessario: una casa, cibo gratuito al ristorante,
poco lavoro, massimo tre ore al giorno, tempo cioè per vivere;
nel momento in cui questo avvenisse la creatività non solo
diventerebbe un patrimonio comune ma una caratteristica comune,
sarebbe come una prateria in cui ci sono infinite forme di fiori,
tutti diversi, certo, ma tutti ugualmente essenziali, perché
tutti partecipano a creare un’immagine incantevole, mentre
questa società, così com’è è qualsiasi
cosa meno che incantevole” .
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Stanno
andando in onda su Rai TRE i miei brevissimi filmati sul 68’.
Il progetto è il seguente. Realizzare 52 film di due minuti
ciascuno, capaci di testimoniare l’incredibile vitalità
che ha caratterizzato quel periodo.
Ogni breve filmato dovrebbe essere mostrato insieme ad altri dodici
nei momenti più diversi della giornata e, alla fine di tre
mesi di programmazione i dodici filmati si uniscono in una struttura
di trenta minuti e così di trimestre in trimestre fino a
celebrare per un anno non soltanto il sessantotto, ma i nove straordinari
anni che vanno appunto del 68 a 78.
La trasmissione è intitolata “40
anni di Oblio”.
In genere va sicuramente in onda al mattino tra le otto e le nove
insieme alla tramissione “La storia siamo noi”.
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