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» DIARIO AZZURRO n.220 del 22.01.2008

di SILVANO AGOSTI

La nipotina

La sola verità che un essere umano può offrire sono le sue azioni quotidiane. E’ faticoso “immaginare di fare”, quanto e lieve, fresca e stimolante l’esperienza diretta “del fare”.
A questo proposito torna alla mente la poesia di Ezra Pound.
“Scaccia da te la vanità - Sei un cane bastonato sotto la grandine.
Ma nel “fare”non c’è vanità. - Il problema è in ciò che non si è fatto. –
Nella diffidenza che ti fece esitare.”
Sul lungotevere un gruppo di turisti tedeschi cerca una posizione adatta per una foto ricordo.
Si muovono, quasi in una danza, casuale e armonica, al ritmo di una musica silenziosa, nel desiderio di immortalare la loro presenza nella città eterna.
La guida, un’anziana signora, invita qualcuno a inginocchiarsi “Per poter vedere la cupola di San Pietro.”
Poi si avvicina a un’anziana seduta su una carrozzina.
La donna ha un bel viso tondo, un sorriso permanente e diffuso anche nello sguardo e perfino nei capelli, mossi dalla brezza della sera.
Riconosco nella guida la professoressa di tedesco delle medie.
Anche lei mi riconosce e, pur continuando a spingere la donna nella carrozzina trova l’abilità di farmi una carezza.
“Professoressa. Non insegna più a scuola?”Chiedo.
“Sono in pensione già da venti anni e allora inganno il tempo facendo la guida.” Poi indica la donna che ha spinto al centro del gruppo e sussurra “E’ una santa.”
“E’ paralitica?”
“No. Non può camminare perché ha le stigmate sui piedi. L’ho vista guarire due ciechi.”
“Come fa?”
“Mette un po’ di saliva sulla punta delle dita e accarezza le palpebre dei ciechi inumidendole. Loro incominciano a piangere e poi “vedono”.
Il Papa la riceve domani.”
“E’ per questo che sorride sempre?” Chiedo.
“La faranno beata.”
Mentre i turisti proseguono nella danza delle foto di gruppo, la professoressa mi porta in disparte e, appoggiandosi al parapetto del ponte di Castel San’Angelo mi offre, in omaggio agli anni lontani della scuola, un incredibile segreto.
“Le cambieranno nome, oggi un vescovo la ribattezza.”
“Per diventare santi bisogna cambiare nome?”
La professoressa sorride. “Sei sempre spiritoso. Spiritoso e intelligente. No. Il fatto è che se mantiene il suo nome scoppia uno scandalo. Almeno in Germania.”
“E perché mai?”
“Hai presente le immagini del Fuhrer in un castello, dopo l’invasione dell’Austria? Ricordi che tiene in braccio una bambina? Bene. Era la sua nipotina, Marianne. La donna nella carrozzina è lei, la nipotina del Fuhrer.
La futura Santa, Marianne Hitler.”

Le ceneri del poeta

Mi offro in ostaggio al cielo.

Cerco idee vive
Che conducano lontano.

Spargerò le mie ceneri
Tra i passi di chi ignora la vita.

Gatti randagi
fissano i cieli della notte
e nelle loro pupille
pulsa, fioca la luce delle stelle.

Dalle ceneri di un poeta
Risorge chi non é vissuto.

Su una lapide di carne viva,
Nei giardini delle anime assopite
tra ombre quiete e inutili ricordi

E' scritto:
“L'innocente, certo, risorgerà,
solo il malvagio muore per sempre.”

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Il mio incontro con Franca Rame

Franca Rame, quando sono entrato in casa sua e di Dario Fo a Milano, mi è venuta incontro avvolta in una vera e propria nube di femminilità.
Ha sollecitato in me i naturali meccanismi della seduzione e ho provato un intenso brivido di adesione alla potente carica della sua fisicità.
Non ho avuto neppure il bisogno di abbracciarla o di sfiorarla tanto intensa era in me l’impressione, anzi, vorrei dire, l’orma della sua presenza.
L’ho guardata, a lungo, mentre mi parlava e il mio sguardo si riempiva fino all’inverosimile delle sue mosse aggraziate, del suo parlare con voce fresca e cantilenante.
Durante le riprese del film che ho realizzato su Dario Fo le ho chiesto di mandare una lettera d’amore a Dario. Lei ha sorriso, come se stesse aspettando da anni una domanda del genere poi ha incominciato.
“Caro Dario, sono tanti anni che siamo insieme, ogni tanto ti vorrei buttare addosso della benzina e vorrei bruciarti, Vorrei anche cacciarti fuori di casa e vorrei anche tirarti delle…dai su…No, basta Silvano, ricominciamo.
Allora. Caro Dario, prima di tutto ti devo dire che ti amo moltissimo e che se non ti amassi così tanto ti avrei eliminato dalla terra da moltissimo tempo. Ti amo, ti sopporto, ti capisco.
Ti capisco anche quando mi tradisci , ti capisco anche quando sei assente col pensiero o te ne vai da qualche altra parte, però vedo che torni sempre dalla tua vecchia moglie e che alla tua vecchia moglie hai dedicato tantissimo tempo della tua vita. E credo tutto sommato, all’alba dei miei settantun anni di poter dire che mi hai amato moltissimo e che quindi il mio amore è stato ben riposto.”
Dopo aver fatto questa stupefacente dichiarazione d’amore un lieve rossore le è apparso sulle guance, accentuando quel suo aspetto di bambola
fragile e intelligente.
Due settimane fa mi ha scritto che aveva intenzione di dimettersi da senatrice. Io le ho scritto questa mail.
Cara Franca,

la tua presenza al Senato è simile a una pioggia nel deserto.
Mentre la pioggia cade spuntano anche i germogli delle speranze.
Poi il deserto, per sua natura, soffoca ogni traccia di vita.
E, come vedi, sta soffocando anche te.
Tuttavia se resisti potresti trovare il modo di informare questi signori senatori della loro patetica inutilità.
Le tue dimissioni invece renderanno anche più forte la finta funzionalità del Senato.

Ti abbraccio, con soavità, evitando di stringerti.

Silvano Agosti

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Si è dimessa.

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Ecco la mail di un misterioso personaggio.

Caro Silvano,
ho letto le tue lettere kirghise.
Ne sono venuto in possesso tramite un amabile signore, di cui non ricordo il nome, incontrato in un centro di accoglienza per senza tetto. Una specie di universo parallelo, dove si respira aria putrefatta e densa, e la contraddizione di un sistema che schiaccia anziché esaltare.
Mi ha fatto piacere condividere il mio sogno con il tuo.
Sono veramente molto simili.
Segno evidente che le idee navigano un palmo sopra le nostre teste e che, respirando, le possiamo inalare e cibarcene.
Mi è piaciuto il candore del tuo sogno. Ma alla lunga mi ha anche un po' stomacato. E se posso fare una critica al ritmo della tua narrazione, hai ecceduto di uno. Il riassunto della storia mi è sembrato un po' didattico, ridondante, quasi avessi paura che non avessimo capito bene. Il mio pensiero è: se hai una cosa da dire dilla e poi lasciami solo con essa. Abbandona il tuo figlio, scaglialo e non pensarci più. Tu sei quel sogno, non la sua spiegazione.
Detto questo, grazie per averlo sognato. E trascritto.
Le informazioni sono preziose, sempre.
Eppoi lasciami parlare a ruota libera, girovagando fra le pagine delle tue lettere.
Il sogno kirghiso può nascere solo tra le ceneri.
Questo gioco, il gioco in corso in occidente, è già finito.
E' solo questione di tempo.
Se sogni la kirghisia, sei un disadattato, al pari di tutti noi disadattati che guardiamo a quest'uomo come a un errore genetico, un inversione di polarità che ha creato una falsa civiltà. Una civiltà che da più di cinquemila anni crea la propria ricchezza affondando le sue radici fameliche nella schiavitù.
Se sogni la kirghisia sei un apolide, costretto a sradicarsi in terra per radicarsi in cielo.
Se sogni la kirghisia vuoi un pianeta libero dalle religioni, in cui la divinità è la tua voce in petto e il tuo silenzio in testa.
E se sogni la kirghisia, mi permetto di aggiungere una zoomata indietro alla tua visione, il ciclo vita/morte/vita dev'essere esperito. Viviamo nell'illusione di una morte inequivocabile e di una dispersione altrettanto ineluttabile. Che si traduce in un vissuto temuto, ammantato di mistero e traumatico. Un'interruzione imprevista e imprevedibile. Oltre che la fine della vita come noi siamo abituati a pensarla. La mia esperienza mi consente di dubitarne fortemente.
Ho familiarizzato con la morte. In circostanze diverse e contradditorie. Ho persino "simulato" la morte, in assenza di pensiero e in assenza di respirazione. Fino al limite estremo, fino a chiedermi se staccarmi e continuare il viaggio bellissimo che la mia coscienza, nel silenzio assoluto, stava compiendo.
La morte è la continuazione del viaggio e della coscienza.
Siamo disabituati a ricordare.
Ma io ho dei ricordi di altri me stessi.
Anzi, la sensazione continua è che "mi ricordo".
Cioè ricordo me stesso.
E' così che mi conosco. Ricordandomi.
Viviamo una falsa morte. Esattamente nella misura in cui viviamo una falsa vita.
Siamo vittime della demonizzazione. Adoratori della luce contro adoratori delle tenebre.
In entrambi i movimenti, la demonizzazione del suo contrario.
Non capiamo la contraddizione e la vogliamo distruggere, invece di ricomporla nell'amore.
Temiamo gli spazi ampi della coscienza e del cosmo e ci rifuggiamo nelle comode stalle del preconfezionato e predigerito di religioni, ideologie, filosofie, club, partiti, associazioni e quant'altro. Fino ad atrofizzare ogni canale sperimentale, fino a convincerci che non può essere altrimenti.
Tutto questo deve morire, per far spazio al nuovo.
E' così continuamente.
Muore il bruco, muore il seme, muore il giorno.
Per far nascere farfalla, albero, notte.
Muore un gioco e ne nasce un altro.
Muore una forma e una nuova ne nascerà.
Ricordando. E rielaborando. E creando.
Fino alla fine di questo Universo.
Che morirà, come qualsiasi altra cosa, per dar luogo ad un altro Gioco.
Se siamo in grado di vivere questo siamo in grado di riallacciarci ad un flusso di gran lunga più ampio, ad una visione non più limitata al contraddittorio dialogo maschile-femminile, ma al magico io-tu-noi, il silenzio, l'abbandono, la non scelta, la resa all'amore e a se stessi.
Dobbiamo morire per rinascere.
In un modo o nell'altro.

Ti abbraccio
Lindsa JF



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Mercoledì prossimo parto per Los Angeles, dove terrò alcune conferenze al California Institute of Art.
Ho deciso di intitolare questo ciclo “Dall’impotenza alla creatività. Unica possibilità di restauro dell’Occidente”.
Per l’occasione presenterò tra miei film LA SECONDA OMBRA, UOVA DI GAROFANO E L’UOMO PROIETTILE.
A presto.

 

 

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