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» DIARIO AZZURRO n.258 del 28.10.2008

di SILVANO AGOSTI

L’uomo dei ghiacci

Ho incontrato Otzi, trovato dopo cinquemila anni sulle Alpi, al confine tra Alto Adige e Tirolo, il 19 settembre del 1991 da una coppia di turisti tedeschi che casualmente ha scoperto il famosissimo uomo dei ghiacciai.
Sono a Bolzano per tenere un corso alla scuola di cinema Zelig, una scuola all’avanguardia che si occupa soprattutto di documentari.
Quasi tutti quelli che ho incontrato finivano prima o poi per darmi la stessa risposta quando chiedevo “Cosa c’è di speciale qui a Bolzano?”
Tutti, ma proprio nessuno escluso, dicevano con un certo entusiasmo “Devi assolutamente incontrare Otzi.”
E allora, finalmente, sono andato ad incontrare Otzi.
Ma chi è realmente Otzi? Un essere vissuto circa cinquemila anni fa attualmente ospite del museo che porta il suo nome. Curiosa la prima impressione. Pur essendo morto da oltre 5000 anni Orzi comunica immediatamente la sensazione di essersi assopito e di voler essere lasciato in pace.
È prigioniero di un frigorifero specialissimo nel quale a tempo viene inalata dell’acqua polverizzata, Otzi “vive” a bassissima temperatura. Nonostante la proibizione di fotografarlo sia assoluta, visto che quasi subito è nata tra noi un’istiniva e silenziosissima simpatia, io l’ho fotografato e la sua immagine mi ha subito incoraggiato a vederlo in movimento e, fatto raro per un morto, sul suo viso miracolosamente protetto dal ghiaccio per 5 millenni, si schiude un evidente sorrido.
Si dice che a Bolzano un gruppo di giovani biologi siano riusciti a procurarsi alcuni reperti del pelo e della carne
di un cane trovato a poca distanza dall’uomo. Forse l’animale amico di Otzi.
Si dice che la clonazione del cane sia molto avanzata e che il progetto dei giovani scienziati sia di clonare niente meno che lo stesso Otzi.
C’è chi giura di aver visto a tarda notte un giovane passeggiare per le vie deserte della cittadina tenendo al guinzaglio un cagnetto scalpitante e insofferente per la costrizione del collare.
C’è anche chi, sussurrando, racconta che il gruppetto dei giovani scienziati sia da tempo entrato in possesso di alcune parti dello stesso Otzi e che presto, cane e padrone, si ritroveranno.
Ho immaginato la reazione di questo personaggio, vecchio di cinquemila anni, di fronte allo sfolgorio della città. Certamente, dato che il sogno è nato con l’uomo, Otzi,
di fronte ai simulacri della nostra civiltà, penserà di essere avvolto non più nel ghiaccio, ma nella magica densità dei sogni.

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CINEMA AZZURRO SCIPIONI
VIA DEGLI SCIPIONI, 82 – 00192 – TEL. 06 39 73 71 61
www.azzurroscipioni.com

COMUNICATO STAMPA

Come contributo a una riflessione serena e non di moda ma di profonda stima nei confronti di quel periodo storico, il cinema Azzurro Scipioni organizza Mercoledì 29 Ottobre una breve rassegna dal titolo “L’anima del 68”.


***

ll giorno mercoledi 29 ottobre infatti alle ore 20.00 Fausto Bertinotti interverra’ al cinema Azzurro Scipioni per ricordare l’amico e sindacalista Bruno Trentin. In programma materiali inediti sul 68’ e “Come allora” un film mediometraggio inedito che ho realizzato nel 1978 su un concerto di Francesco Guccini che incontra i Nomadi dopo dieci anni di lontananza musicale e il giornalista Carmelo Albanese, introdurrà il suo breve film sul 68 “Caro Sociologo”.

ECCO IL PROGRAMMA

MERCOLEDI 29 OTTOBRE 2008

SALA CHAPLIN
Rassegna L’ANIMA DEL 68
17.00 PRIMA DELLA RIVOLUZIONE B. BERTOLUCCI
19.00 L’ANIMA DEL 68 AGOSTI
INTERVENTO IN SALA DI FAUSTO BERTINOTTI
COME ALLORA (ALBUM CONCERTO) AGOSTI-FARRI
CARO SOCIOLOGO ALBANESE -NEGRI

SALA LUMIERE
17.00 FINO ALL’ULTIMO RESPIRO GODARD
19.00 ZABRISKIE POINT M. ANTONIONI
21.00 INTO THE WILD SEANN PENN

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ECCO LA MAIL DELLA SETTIMANA CON LA MIA RISPOSTA

Ciao Silvano

È da tanto tempo che ho voglia di scriverti questa mail ma, come per tutte le altre cose che decido di fare, l’unica che mi viene davvero bene è rimandare.
Allora oggi, dopo aver rivisto nuovamente la tua intervista su “super3”, mi sono detta che rimandare è prendere la vita per la collottola e gettarla lontano da noi stessi.
Ecco: questo non mi va più.
Non conosco davvero bene il motivo di questa esigenza di scriverti, ma sento che è una necessità interiore volerti comunicare quanto mi sia di aiuto leggere il tuo diario, ascoltarti e pensare che in fondo tanto sola non sono, si perché il mio è un animo ulcerato dalla solitudine.
Non ti ho ancora detto che mi chiamo Francesca, ho 30 anni e poca voglia di sentirmi adulta, nel termine in cui tutti riconoscono un certo tipo di posizioni da dover prendere, un certo modo di dover essere, dover dire…”fare baciare lettera o testamento…”?
Scusa se ti sembro un po’ folle ma del resto tutta la vita mi sembra una cosa assurda, quando mi guardo intorno ho orrore per quello che vedo, il mondo mi fa paura e ancor più gli esseri umani, per questo motivo prima scrivevo di sentirmi ulcerata dalla solitudine, non che io sia diversa o migliore delle vite che incrociano la mia o che la sfiorano, la ignorano continuando a scorrere, ma anche io credo fortemente che la vita debba essere vissuta e che l’uomo sia un grande capolavoro, ma allora perché è così difficile capirlo? Come si possono cambiare le cose se sono le persone che mi passano a fianco e condividono con me lo stesso male di vivere, le prime a deludermi, le prime nelle quali non mi riconosco? Quelle che dovrebbero guardare nella mia stessa direzione e far sì che le cose cambino?
Io non credo nel potere, nelle istituzioni, nei benpensanti di ogni sorta, ma tremo nel rendermi conto che spesso il mio più grande nemico è l’essere umano “normale” (concedimi il termine così vario e ambiguo), quello come me, quello disgraziato, quello che deve sopravvivere, quello a cui la vita non regala niente. E’ a questa gente che vorrei comunicare il mio malessere, la mia voglia di rivolta, ma è da questa gente che credo di aver ricevuto più incomprensione e più delusioni.
Quando avevo vent’anni (so che non è molto tempo fa) ho deciso che dovevo prendere in mano la mia vita, ero piena di volontà, pensavo che potevo ritagliarmi uno spazio tutto mio e farlo andare così come volevo che andasse, quanta ingenuità, quanta illusione, ma ho deciso che restare al mio paesetto grigio e morto mi avrebbe annientata, dovevo conoscere, sapere, avevo fame di vita e può non sembrarti una grande impresa, ma ti assicuro che lo è stata, sono partita per l’università, per me era come conquistare un altro pianeta, avere la possibilità di conoscere mondi che mi sarebbero stati negati e senza viaggiare fisicamente ho iniziato il mio percorso.
Sai quanta gente, ora che ho una laurea in lettere e filosofia e sono né più né meno una povera disoccupata che si trova a pensare che l’ambizione sia un lusso, mi dice che forse era meglio sfruttare il mio diploma di ragioniera, o quelli più aperti mentalmente mi dicono che sarebbe stato meglio partire…sul serio, conoscere il mondo ed io a questa gente vorrei rispondere che il mondo ho iniziato a conoscerlo con i libri, con i racconti degli altri, le loro vite, il loro sentire, non potendo permettermi di girare il mondo, potevo però iniziare a farlo un po’ mio.
La mia non è una famiglia colta, la scelta di continuare a studiare e per di più qualcosa di così astratto, non era vista di buon occhio, mio padre aveva perso il lavoro (faceva il commerciante ambulante), mia madre “tirava avanti la baracca” facendo e continuando tutt’ora a fare la donna delle pulizie, io da sempre faccio la cameriera, malpagata e sfruttata, non ho mai fatto una vacanza perché d’estate dovevo lavorare nei ristoranti così da poter avere, almeno per un po’, i soldi per pagare affitto e tutto il resto mentre preparavo gli esami nella sessione di febbraio, per poi ricominciare a fare la cameriera nei locali per gli studenti.
La mia condizione è uguale a quella di molti altri giovani che fanno sacrifici per poter poi veder realizzarsi almeno un frammento dei tanti sogni che si fanno, c’è chi ce la fa, chi si rassegna, chi ci si ammala, chi cambia strada, perché è difficile sentirsi inadeguati, inutili, perché è così che ci si sente.
Io ho coltivato tante passioni, che poi ho dovuto abbandonare sentendomi incapace di poterle far mie davvero, ho fondato un’associazione, un gruppo di teatro, avrei voluto frequentare una scuola di cinema, ma sono dei lussi che non mi sono potuta permettere, tutto è sfumato lasciando ferite più o meno sempre aperte per gli ennesimi duri risvegli, forse per vigliaccheria lo ammetto, per mancanza di talento, per pigrizia, me le addosso tutte le responsabilità del non voler azzardare, ma arriva un momento in cui non ce la fai più, senti di aver intrapreso la strada sbagliata, pensi che forse era meglio fare la ragioniera, ma sono testarda e allora poi decido sempre di riprovarci.
Dopo una malattia piombata come una scure sul mio animo nel caos e dopo essermi rialzata nuovamente per non sentirmi ingrata verso la vita, decido di fare un’altra tappa: Roma.
Ma come fa un giovane essere umano a trovare due se non tre mensilità per una caparra in una casa mal ridotta, con le tubature marce e l’impianto elettrico che può scoppiare da un momento all’altro e dover pagare 400-500euro per una stanza?
O cercare un posto come baby-sitter o donna delle pulizie e sentirsi fare proposte oscene? O non poter lavorare in un pub la notte perché poi è troppo difficile (per via dei mezzi pubblici) e rischioso, tornare a casa sole di notte?
So che queste sono realtà che ben conosci e so che ci sono realtà decisamente più complicate e terribili, ma quella di cui parlo è la vita, pura e semplice, di una ragazza che vuol provare a vivere ma è come camminare sempre contro vento, sperando che smetta, ma il vento non smette.
Sai cosa è successo poi? Mi è risalita la rabbia, il rigetto per le cose che amo e che vorrei non amare, di nuovo la presa di coscienza di inseguire l’irraggiungibile e sconfitta ed esausta me ne sono tornata al paese grigio e sempre più estraneo, a casa con i miei genitori perché non posso permettermi di pagare un affitto, che fallimento, quanta frustrazione e quanta cattiveria scopro di avere dentro, proporzionalmente inversa all’amore che ho per qualcosa che forse non c’è.
Del resto era Georges Brassens che diceva che “la vita è sempre amore e cattiveria, la vita è sempre le stesse canzoni”!
Credo sia davvero così!
Ma io non voglio dover essere cattiva, io voglio poter amare, voglio ancora innamorarmi, sperare, combattere, illudermi e disilludermi, soffrire, ridere…ma non voglio farlo pensando che la vita sia una cosa assurda, quando risprofondo nei miei momenti di sconforto vedo in continuazione un frammento de “Il posto delle fragole” di Bergman… “la vita è una cosa assurda e non voglio responsabilità che mi leghino ad essa più di quanto io lo sia già...vorrei essere morto. Completamente morto”.
Poi mi dico che non è la mia verità, io mi sento la responsabilità grande di vivere, ma non trovo il modo, so cosa mi piace, so cosa mi fa commuovere e piangere, ma allora perché è così difficile poter vivere il proprio entusiasmo?
Non voglio dilungarmi ancora visto che questa doveva essere una mail sintetica, invece li sono lasciata prendere la mano, ma in fondo avevo bisogno di parlare e dato che lo faccio sempre da sola, stavolta ho pensato tanto vale dirlo sul serio a qualcuno, dato che stavolta voglio credere di non aver parlato da sola, credo di fidarmi di quello che dici caro Silvano e torno a ringraziarti per rendermi ogni volta un po’ più decisa nel voler prendere in mano la mia vita.
Tra i progetti che rinvio in continuazione c’è una partenza, per un po’ almeno, sto lavorando in un bar per avere qualche disponibilità monetaria per pagarmi almeno il biglietto, poi si vedrà e vorrei tanto che possa essere l’inizio di un viaggio senza più fine, anche nel ritorno.

Rovistando tra i futuri più probabili voglio solo futuri inverosimili

Mi piacerebbe che la prima tappa del mio viaggio fosse il Cinema Azzurro Scipioni, tante volte ho pensato di visitarlo e magari di incontrarti, ma sono un po’ vigliacca, troppo disfattista e temo le delusioni ( senza offesa ma sono portata a non voler spesso comprovare la veridicità di qualcosa che mi fa star bene anche solo pensandola, so che capisci cosa intendo ).
Ora credo proprio di essere arrivata al termine della chiacchierata, mi piace pensare di aver chiacchierato con te, contenta di averti avuto amico per un attimo, sarò stata noiosa e prolissa ma mi sento meno codarda, evitando di rileggere per paura di non spedire di nuovo queste parole appallottolate come carta stagnola, ti mando un caro saluto felice per questo mio approdo in un pezzetto del tuo tempo.

“Prima ancora di uscire dall’infanzia, mi sembra di avere avuto, molto netto, il doppio sentimento che doveva dominarmi durante tutta la mia vita: quello di vivere in un mondo senza evasione possibile, dove non restava che battersi per un’evasione impossibile”.
(Victor Serge)
Grazie

Francesca

Cara Francesca,

le tonalità drammatiche e apparentemente irrisolvibili della tua lettera mi riportano al tempo in cui la densa mediocrità che caratterizzava la mia città natale, mi ha spinto ad andarmene lontano. C’erano due vagabondi, molto simili tra di loro che mi affascinavano e per certi versi mi facevano da guida: Charlot e Gesu’ Cristo. Tutti e due non erano soggiogati dal lavoro, se ne andavano volentieri per il mondo, uno a piedi nudi, l’altro con scarpe e guanti lacerati, ma con l’aria di possedere il mondo e tutti e due parevano dal loro dire e il loro fare essere due bimbi cresciuti.
Così prima me ne sono andato in autostop a visitare la casa dove era nato Charlot e poi, sempre in autostop sono andato a Gerusalemme, luogo frequentato da Gesù Cristo.
Credo proprio che anche tu te ne debba andare, il più lontano possibile, magari a visitare la casa di Emily Dickinson, la grande poetessa americana.
Insomma prova, prova ancora una volta ad aver fiducia in te e nel mondo e fammi sapere.

Un abbraccio,

Silvano Agosti



 

 

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