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DIARIO AZZURRO n.221 del 29.01.2008
di
SILVANO AGOSTI
IL PIANETA AZZURRO
E’
al cinema Crocera di Brescia che devo curare una delle tante proiezioni
del film “Il pianeta azzurro”, di Franco Piavoli.
Un delicatissimo e geniale film capace di narrare l’epica
delle stagioni e il mistero di un “sempre” ciclico che
ogni anno ripete l’intera storia del pianeta Terra.
La sala è colma di ragazzi delle medie inferiori, invasi
da una motilità che ricorda il mercurio, fatta di gesti stupendamente
inutili.
Oggi è la giornata della memoria e ne parlo con un vecchietto
che lavora al cinema da pensionato, dando una mano in cabina di
proiezione.
“Il pianeta azzurro. Il film è bello, è puro.
Le immagini di natura, l’assenza di parole, l’armonia
degli animali imprigionati in un loro destino cieco, potrebbero
suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti di gioia.
Ma non in me.
Io da quegli anni non posso più provare gioia perché
appena il sorriso nasce sulle labbra, riappaiono le immagini della
mia esperienza ad Auschwitz.” Dice l’anziano proiezionista.
“Sei stato ad Auschwitz?”
“Mi ci hanno portato. E ci sono rimasto a dialogare a tu per
tu con la morte. Tre anni, due mesi, quindici giorni sei ore diciassette
minuti e qualche secondo. Per mesi, dopo essere tornato ero ossessionato
dal bisogno di riuscire a “ricostruire” il tempo esatto
della mia interminabile morte. Perché lì eravamo comunque
tutti morti, morti vaganti, morti immobili, morti inceneriti. Ci
perdevamo nel lavoro e nel sonno cercando di non accorgerci che
era impossibile dar retta a qualsiasi speranza di salvezza.”
“Però alla fine ci sei riuscito a salvarti.”
“Quando i russi sono arrivati ho sentito una donna che prima
di morire ha mormorato ai soldati “Siete venuti a liberare
la nostra libertà.”
Poi mi hanno chiesto se volevo bere e io ho chiesto l’ora,
proprio come avevo fatto tre anni prima arrivando nei campi della
morte.”
Il vecchietto sembra un personaggio da fiaba. Ha il volto buono
e non si altera, neppure quando racconta che il suo lavoro consisteva
nell’infilare centinaia di cadaveri al giorno all’interno
dei forni crematori e spesso capitava che qualcuno fosse ancora
vivo e lo doveva infilare lo stesso nel forno.
“In cambio, quando succedeva, la sera ci davano del pane.
Ho dovuto farlo anche se si trattava di miei amici. Erano loro stessi
che mi incoraggiavano in silenzio, con uno sguardo, quasi a dirmi
che li aiutassi a condurre finalmente a termine lo strazio di una
vita negata.”
I miei occhi si riempiono di lacrime. Il vecchio se ne accorge.
“Non ho pianto io che l’ho fatto. Non piangere neppure
tu, ma ricorda, non dimenticare mai e cerca di capire perché
tutto ciò è accaduto. Io in tanti anni non ci sono
riuscito”.
“Ma cosa pensavi mentre spingevi un tuo amico ancora vivo
nel forno crematorio?”
“Pensavo al pane.”
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Dopodomani parto per l’America.
Come previsto vado a Los Angeles dove la locale Università
mi ha proposto una serie di conferenze. E’ curioso come tutto
si svolga con sorprendente armonia in questa mia vita fiabesca.
Alcuni mesi fa infatti pensavo. “Mi piacerebbe andare in America
con qualche mio film, o magari a fare una conferenza.”
Detto e fatto.
Un mese fa circa mi arriva una richiesta da Los Angeles che mi propone
di mostrare tre miei film e preparare qualche conferenza.
Il tema lo posso scegliere io e infatti l’ho scelto.
“Dall’impotenza alla creatività, solo percorso
possibile per una rinascita dell’Occidente”
Se fossi un cattolico fervente scomoderei almeno Padre Pio, pensando
che gli eventi favorevoli debbano necessariamente tingersi di miracoloso.
Eppure da sempre sono convinto che chi crede nei miracoli vuol dire
che ha perso per sempre il senso del miracoloso che c’è
in ogni evento, anzi, in ogni cosa.
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Mi hanno chiesto di scrivere una poesia sull’Africa, in modo
specifico sui bimbi che muoiono si fame. Eccola.
Africa,
luci affilate
tra fiori di sangue,
dove anche il vento
tace.
Ombre
contratte
da mani,
tese al richiamo
della fame.
Le
tue brughiere
ospitano Popoli
impossibili di bimbi
Morti nel sonno,
soffocati dai loro
stessi sorrisi.
Africa,
Nelle tue isole
Di luce assoluta,
alla deriva
in terre riarse
e trasparenti,
“non esser
Mai nati”
sembra un dovere
Stabilito per sempre
e morire
il solo gioco
concesso
Allo stupore
Dell’infanzia .
Verranno
a vendicarvi,
bimbi d’Africa,
con pugnali di luce
i cavalieri del tempo
trafiggeranno
le menzogne
di chi vi nega.
E
i continenti
Che vi assediano
Vorranno ridarvi
Il maltolto,
ma dovranno fermarsi
Sulle soglie della vita.
Così
tornerete
A ballare e non vi fermerete
mai più,
Neppure per smettere di morire.
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Un mio incontro illustre.
E’
accaduto che un caro amico mi telefona pregandomi di fargli un favore.
Se non sono troppo impegnato dovrei andare alla nove di sera in
un minuscolo teatro non lontano da casa mia perché lì
un suo amico toscano recita un monologo.
“Negli ultimi giorni non è andato nessuno, e mi ha
chiesto di fare in modo che tu vada ad ascoltarlo.”
“Monologo, attor giovane toscano, teatro deserto o quasi”,
ci sono tutti gli elementi indispensabili per un’esperienza
di noiosa obbligatorietà all’ascolto.
Ma proprio perché si tratta di un favore decido di andare
e chiedo a Giuliana di partecipare al mio sacrificio.
Andiamo a piedi e arriviamo in un luogo a avvolto in una sottile
membrana di umidità. Il teatro non è grande, alcune
persone sparse qua e là attendono l’avvio dello spettacolo.
Anche noi prendiamo posto, ma veniamo subito raggiunti dal mio caro
amico che ci avverte che la nostra recita non avrà luogo
nella “sala grande”, ma in quella piccola.
Allora abbandoniamo con sollievo lo sparuto pubblico e seguiamo
la nostra guida che ci conduce in uno scantinato non più
grande di una normale stanza, solo che, essendo immersa nell’oscurità
non rivela l’esiguità del suo spazio.
Dopo qualche minuto ci sediamo e lo sguardo ormai abituato al buio
ci rivela una decina di sedie, vuote, come previsto.
Arriva ciondolando un ragazzetto magro e ci avverte che lui “comunque”
lo spettacolo lo farà e infatti incomincia subito a recitare
un testo, un monologo appunto fatto, pensato e sofferto da un operaio.
Sono travolto dalla spontaneità e dalla purezza con cui questo
ragazzo si offre ai suoi due spettatori.
Poi lo spettacolo finisce e io, quasi intontito dalla bravura dell’attore,
risalgo silenziosamente le scale senza neppure pensare a ringraziarlo
o perlomeno a salutarlo.
Lui mi raggiunge mentre sto per uscire dal teatro e mi chiede con
l’affanno dei bambini cosa penso dello spettacolo e di lui.
Ricordo testualmente di avergli detto.
“Tu sei un attore più che straordinario, sei come Edoardo,
perché come lui non reciti ma continui a vivere la vita che
stavi vivendo all’interno del personaggio.
Insomma sei impeccabile perché non ci si accorge di essere
in una vecchia cantina buia ma si rimane abbagliati dal tuo candore.
Il testo però non è alla tua altezza.”
E così mi sono giocato per sempre le simpatie dell’autore
che era lì a pochi passi, ma ogni volta che incontro Roberto
Benigni, perché di lui si trattava, lui non manca di farmi
capire che ricorda ancora quella sera, quelle parole e i silenzi
preziosi del mio ascolto.
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Ecco alcuni estratti di una mail che mi è arrivata dall’Uruguay,
nella quale Stefania, pittrice, descrive con precisione immagini
appena vissute.
" Qui a Montevideo...verso le tre di domenica pomeriggio vengono
tutti al parco, bambini genitori nonni fratelli cani venditori di
girandole e di mele caramellate, autobus di linea e macchine vecchie,
acciaccate riparate stuccate e infine arrugginite. Ci sono anche
le famiglie, di tre, quattro o anche cinque componenti, quelle di
tre spesso sono in moto, quelle di quattro sono tutti per mano,
quelle di cinque sono lui e lei e i bambini ammucchiati abbracciati
rovesciati poco piu' in la'. Alle cinque poi nel parco si sono mescolati
gia' tutti e nessuno sa piu' se e' un bambino un nonno un genitore
un cane un venditore di girandole una mela caramellata o una vecchia
auto. Io non ho mai visto tanta sensata spontanea felicita'... persino
il sole e' delicato nel suo splendere per non turbare questo intatto
equilibrio..."
"...qui seduti sulle panchine al sole, anche chi non dorme
piu' siamo tutti immobili ad ascoltare il silenzio sotto il rumore
di fondo. Alle mie spalle un'intera citta' che sbuffa trema passa
pota draga smartella costruisce e distrugge, eppure c'e`silenzio
e la signora che dorme sulla panchina dietro alla mia lo sa...
Due ragazzi si trovano sui gradini del municipio e ora si intrecciano
in contatti distanze e misteri...il sole forte mi bagna i fianchi,
la bandiera uruguaya non riesce a proteggerci tutti con la sua ombra
fluttuante...piangono, lui le accarezza il viso, le toglie gli occhiali,
fa segno di no con la testa, lei si rimette gli occhiali gli accarezza
la nuca e si uniscono di nuovo nell'abbraccio... ancora distanti
lei si asciuga il naso, si avvicinano di piu', se mai cio' sia possibile,
si intrecciano si mescolano...sento l'odore dei loro baci..."
"...il ragazzo con la felpa verde cammina lungo la strada nazionale,
guarda l'autobus che passa mentre il cielo imbrunisce e la terra
diventa un'ombra di verde scuro. Lo guardo veloce girandomi e il
suo sguardo comincia a seguirmi, un leggero movimento della testa,
quella sana strana voglia di ribellione e prigionia dietro l'azzurro
degli occhi...il suo sguardo mi segue per altri chilometri, per
altri tempi; lo avvicino a questi sconosciuti passeggeri in una
unica visione che ancora si mostra piena di paradiso..."
Ho ringraziato tutti stasera, per il dono dei loro sguardi...
Stefania
Ben tornata Stefania
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