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DIARIO AZZURRO n.234 del 29.04..2008
di
SILVANO AGOSTI
“Quando
i governi incominceranno a parlare di ridurre l’orario di
lavoro a tre ore al giorno, a pieno stipendio.
Quando i politici proporranno di regalare una casa a ogni persona
che compie i 18 anni. (e tutto ciò potrebbe accadere investendo
meno della metà del denaro che viene ogni anno speso in Italia
per le prostitute, la droga e le armi).
Quando i bambini e i giovani verranno lasciati crescere in pace
senza interventi esterni.
Quando i politici faranno del volontariato.
Allora potrete fidarvi di loro.
Non prima.
Non prima per nessuna ragione al mondo.”
Questa scritta su un grande cartello era stata affissa sulla cima
di una impalcatura di un palazzo in restauro al centro della città
e una squadra di Pompieri e di Poliziotti ha faticato per circa
un’ora per toglierla.
Ma nel frattempo turisti italiani e stranieri l’hanno fotografata
da tutte le angolazioni. Buon viaggio al messaggio nelle coscienze
dei sottomessi.
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Contraddico volentieri un mio proposito di non inserire nei miei
diari discorsi politici specifici, troppo direttamente collegati
con la cronaca.
Lo contraddico perché gli eventi di questi ultimi giorni
hanno determinato un forte e vorticoso turbamento in molte persone
che mi circondano e che condividono direttamente o indirettamente
con me
il percorso della vita.
In questi ultimi decenni ho provato spesso vergogna, una vergogna
mite e silenziosa constatando i comportamenti, le azioni e le parole
dei “politici” di questo paese, incapaci come sono di
organizzare il benessere delle persone.
Quasi tutti, o forse perfino tutti, invece di elaborare semplici
progetti a favore dei cittadini, passano il loro tempo a esprimenre
pesanti giudizi e insulti sull’operato dell’avversario,
offrendo ai poveri cittadini schermaglie verbali e a volte perfino
fisiche in grado solo di suggellare un’evidente impotenza
operativa.
Da oltre quarant’anni sento parlare di “debito pubblico”
e nessuno ha mai spiegato in che modo e da chi sia stato contratto.
Da oltre quarant’anni sento i rappresentanti del potere esortare
i loro sudditi a compiere dei “sacrifici”, non si sa
quanti né a favore di chi.
Da anni ormai tutte le istituzioni affermano che non ci sono soldi,
ma nessuno chiede o spiega dove sono andati a finire.
Mi sono chiesto cosa accadrebbe a una qualsiasi struttura se, fin
dalle sue origini si rivelasse permanentemente indebitata e fallimentare.
Ho concluso le mie riflessioni ipotizzando che sarebbe molto più
semplice progettare la libertà dell’uomo da tutti i
legami che lo costringono a credere che l’attuale organizzazione
della società sia la sola possibile, mentre forse è
soltanto la peggiore.
Immaginare, almeno, di liberare gli esseri umani dall’obbligo
del lavoro per l’intera giornata, immaginare, almeno, di liberarli
dalla convivenza coatta con le stesse persone e per tutta la vita
(sorta di ergastolo affettivo) in queste innumerevoli gabbiette
urbane che sono le abitazioni, immaginare di liberare i bambini
e i giovani dallo scempio culturale dell’istruzione scolastica,
e infine immaginare di liberare chiunque dal peso di una cultura
mediocre e menzognera della stampa e della televisione.
Immaginare tutto questo porta a scoprire che gli esseri umani hanno
in realtà bisogno di pochissime cose per sentirsi “vivi”:
un luogo asciutto e caldo in cui dormire, un buon pranzo quotidiano,
tanti amici, forse anche tanti amori, l’accesso a opere immortali
dell’arte, l’esplorazione del mondo.
Ma tutto questo poco, che neppure viene dato, sarebbe dunque impedito
del perpetuo ricatto del “debito pubblico”?
Sui treni ci sono ogni giorno centinaia di posti vuoti. Perché
non offrirli gratuitamente a chi ha compiuto i sessant’anni
e a chi non ha ancora compiuto i trenta, perché possano vedere
o rivedere liberamente il territorio del loro paese e conoscerne
la rara bellezza?
Ma tutto ciò che produce serenità sembra bandito dai
progetti di chi gestisce l’ordinamento sociale.
In questi giorni la configurazione politica dell’Italia è
cambiata e, si direbbe, in modo corretto e consistente. Si è
verificato ciò che sta alla base di ogni realtà veramente
democratica, ovvero il meccanismo dell’alternanza. Mi sfugge
dunque per quale ragione si dovrebbe deprecare il fatto gli elettori
abbiano preferito un territorio politico ad un altro.
Non si tratta dunque di aver perso o di aver vinto, ma di accogliere
la volontà della maggioranza dei cittadini, di offrire il
controllo dello Stato a chi esprime, dialetticamente, più
precise intenzioni di realizzare qualcosa di reale e di buono a
favore di tutti.
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Conosco un pittore.
Approfittando del fatto che per oltre otto secoli l’arte dell’immagine
pittorica è stata costretta a rappresentare solo Cristi e
Madonne, questo amico pittore ha riprodotto oltre cento rappresentazioni
di Cristo e oltre cento raffigurazioni della Vergine rappresentati
da cento diversi pittori.
In una gigantesca ex stalla messagli a disposizione di un ex agricoltore
ha esposto da un lato i cento ritratti di Gesù Cristo e dall’altro
lato i cento volti della Madonna.
“Vedi? In realtà ogni pittore ha immaginato i volti
e li ha raffigurati ispirandosi, molto probabilmente, a modelli
di gente semplice del proprio tempo.
Cosa ne vien fuori? Semplicemente che, poiché qualsiasi uomo
può rappresentare Gesù, che Gesù è la
rappresentazione di qualsiasi uomo e la Madonna allude a qualsiasi
donna. In questo modo emerge evidente la preziosità di chiunque.”
Effettivamente l’emozione che ho provato di fronte a queste
interminabili file di volti mi ha fatto capire che, obbligati a
dipingere soltanto immagini divine, gli artisti si sono per certi
versi “vendicati” nei confronti del potere religioso
che li obbligava a raffigurare sempre e solo soggetti religiosi,
attribuendo a Gesù e alla Madonna solo quei volti che erano
profondamente interessati a dipingere.
Ho provato una forte emozione di fronte a tutti questi diversi volti
degli stessi due personaggi. Mi sembrava quasi una discesa nel mondo
della divinità, con il messaggio sommesso, di adorare non
tanto entità remote, ma semplicemente chiunque ci sta di
fronte o accanto.
“Verrà un tempo, mi dice il pittore, in cui i governi
scopriranno che la bontà costa molto meno della crudeltà
e allora finalmente la comunità sociale verrà organizzata
a favore dei cittadini.”
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Omaggio a una pittrice di volti
Nei
tuoi quadri
Vedo affiorare il mistero.
Ogni tuo volto
allude al sempre
e appare immobile.
Ma non lo sguardo
che vibra stupito
oltre il velo
del colore.
E solo immaginando
Un cuore pulsante
Nascosto
Tra le pieghe
Della carne
dipinta
Posso capire
Di quante vite
dispone
Chi sa rappresentare
L’eterno.
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Mi ha colpito l’accuratezza analitica di Gabriella Virgillitto
che ha scritto la sua tesi di laurea analizzando due miei filmati
Matti da slegare e D’Amore si vive.
Trascrivo due pagine per condividerle con i lettori del mio diario
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“L’immagine
e l’ombra”
Tra stile e poesia nel cinema documentario di Silvano Agosti
Premessa
Che cosa colpisce e perché dei documentari di Silvano Agosti?
Se fossero stati raccontati in modo diverso avrebbero lasciato lo
stesso segno? provocato le medesime emozioni?
L’immagine, come l’impressione, non può essere
verbalizzata, sedimenta nell’inconscio e lì rimane,
contribuendo a formare un nuovo modo d’essere: quello che
vediamo fa di noi qualcosa.
Questo è dovuto principalmente al fatto che il cinema è
l’arte che più si avvicina alle modalità con
cui il nostro cervello cerca di comprendere la realtà; ma
non solo, esiste anche una componente nell’immagine, che colpisce
direttamente la sfera emotiva dello spettatore, il quale guarda,
si, ma anche rielabora, ricostruisce, riscrive in modi suoi e originali
quello che vede ; un po’ come avviene nel sogno o nel ricordo,
in cui ognuno “monta”, per utilizzare un termine prettamente
cinematografico, le milioni di immagini che ha “filmato”
nelle proprie percezioni del quotidiano.
E’ questo, uno degli aspetti che mi interessa sottolineare
dell’opera di Silvano Agosti, questa capacità di trapassare
il primo stadio, quello dell’elaborazione intellettuale di
chi guarda i suoi film, per arrivare a imprimere un’ orma
molto più in profondità.
E’ questa capacità che fa di Silvano Agosti molto più
di un semplice regista, piuttosto un “autore totale”.
Non soltanto perché Silvano Agosti è produttore, sceneggiatore,
regista, montatore e proprietario di un cinema: “L’azzurro
Scipioni” di Roma, dove proietta i suoi film, ma soprattutto
a causa del suo particolare rapporto con l’arte cinematografica,
talmente naturale e viscerale da rendere assurdo per lui distinguere,
all’interno di questo universo totale, singole fasi e singoli
attori; il cinema è paragonabile, per Silvano Agosti, al
corpo umano, all’interno del quale i singoli organi non fanno
altro che contribuire a esprimere tutti la stessa cosa: l’anima
del suo autore; ecco perché questo “autore totale”
rifiuta il concetto di troupe che egli definisce una specie di “Frankestein”
inventata nel 1929 dalla nascente industria cinematografica, allo
scopo di strappare il cinema dalle mani dell’autore per poterlo
dominare asservendolo al profitto; “Invece, l’autore
cinematografico è colui che, come l’autore letterario,
l’autore pittorico, l’autore architettonico, si responsabilizza
in assoluto circa la creatività dell’opera, non cede
a nessuno un millimetro di creatività. Io parametro l’esperienza
creativa del cinema al rapporto d’amore con una donna: è
impensabile che ci si scelga l’accarezzatore più bravo
o il baciatore più esperto; è demenziale, in quanto
il rapporto di intimità con il mondo nel momento creativo
deve essere un rapporto assoluto e non cedibile, proprio come quando
si fa l’amore” .
Questo suo rifiuto per il cinema industriale costa a Silvano Agosti
l’esilio dai normali circuiti di distribuzione cinematografici,
i suoi film, di solito ignorati dalla televisione, sono patrimonio
di chi sceglie di vederli; confinato in quella che lui stesso definisce
una “clandestinità creativa”, questo autore si
esprime senza doversi sottomettere a nessun mercato o condizionamento,
prediligendo il rapporto diretto con il suo pubblico.
Altro tema di rilevanza fondamentale per comprendere la poetica
di questo autore è il suo rapporto con il tempo e il ritmo
narrativo che, conseguentemente, permea i suoi film; si tratta di
definire l’idea di montaggio, come fase creativa del cinema,
come fenomeno intrinseco, simile a quello biologico: “ gli
organi del corpo partono tutti da una cellula originale, poi si
differenziano e il corpo viene montato; tu oggi hai percorso la
strada da casa tua a qui, hai filmato milioni di immagini e questa
notte, nel sogno le monterai, cioè scarterai tutte quelle
che non ti interessano e farai entrare nel ricordo solo alcune tue
percezioni del quotidiano ” .
Continua…
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Ho
deciso di programmare per un intero mese al Cinema Azzurro
Scipioni di Roma IL FILM
Into
the wide
CHE TROVO IMPORTANTE MENO IL FINALE CHE, COME IN TUTTI I FILM AMERICANI
SULLA RICERCA DELLA LIBERTA’ DEVE OBBLIGATORIAMENTE FINIRE
CON LA MORTE DI CHI HA OSATO CERCARLA.
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