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ANALISI DEI CORTOMETRAGGI DI SILVANO AGOSTI
a
cura di Filippo Schillaci
"Frammenti di vite clandestine" (1991, durata 13')
Sono solo 13 minuti ma fra
i piú alti del cinema di Agosti: un film fastidioso e indispensabile,
pensai la sera in cui egli me lo fece vedere all'Azzurro Scipioni.
Sembrerebbe a prima vista un documentario ma tale è la sua
natura da sfuggire a ogni categoria, dunque non mi porrò
il problema di quale posizione attribuirgli all'interno di una classificazione
precostituita, che mi pare ozioso se rapportato al contenuto dell'opera.
Non sarà tuttavia superfluo un confronto con il Rosi di Salvatore
Giuliano, film di fiction in cui la macchina da presa assumeva l'atteggiamento
neutro dello stile documentaristico, mentre qui Agosti realizza
riprese documentaristiche finendo peró col rifiutare ogni
neutralità, e riprendendo dunque i personaggi in primi piani
insistenti, fortemente ravvicinati, in una parola in maniera partecipe
4.
Il film si articola in tre parti di durata quasi identica (circa
4 minuti e mezzo). La prima di esse ci mostra alcune donne giunte
alla fase estrema della vecchiaia, intente a cantare vecchie canzoncine
o recitare filastrocche infantili. La macchina da presa è
immobile, come ho detto su primi, piú spesso primissimi,
piani, ma pur nella sua vicinanza appunto partecipe, ancora tace,
lascia parlare i volti su cui è puntata, si limita (e non
è poco) a dar voce ai giorni, esiliati dalla vita, degli
estremi brandelli della vita stessa.
La seconda parte consiste in un unico piano contenente una intervista
a un giovane, reduce, per quanto è dato di presumere, da
una esperienza di coma, che egli narra come di una immersione nella
realtà della morte e di un ritorno da essa. Il giovane, anch'egli
ripreso costantemente in primissimo piano, parla guardando fissamente
(con innaturale fissità) la macchina da presa. E sono, fissità
e innaturalità, le cifre visive di questa parte del film:
fissi per minuti interi sono la macchina da presa e il volto su
cui è puntata, innaturale la luce che lo illumina, intensa
fino al limite della sovraesposizione sul lato sinistro del viso,
assente sullo sfondo, immerso nell'oscurità assoluta. Lentezza
e gravità ne sono le cifre acustiche, sia nella voce del
giovane, che in quella fuori campo di Agosti stesso, tanto lontana
questa dalla leggerezza (da intendersi come colloquialità,
non frivolezza), che mostrava in D'amore si vive. Se nella prima
parte eravamo nei territori estremi della vita, e gli sguardi, spesso
vicinissimi a noi, di quelle donne, parevano intravedere nel vuoto
cui non di rado apparivano rivolti, il confine di tali territori,
qui siamo al di là di essi, in luoghi decisamente esterni
al mondo umano, forse allo stesso universo fisico, un al di là
cui Agosti pare tentato di attribuire concretezza oggettiva, sia
pur privando la sua posizione di ogni connotato misticheggiante.
Mi è parso infatti di notare da parte sua un certo grado
di adesione al racconto del ragazzo, ravvisabile, credo, nel fatto
che questa seconda parte, a differenza della prima, appare elaborata
registicamente, basata sí su una esperienza reale, se non
altro da un punto di vista psichico, ma "costruita", sia
sotto l'aspetto visivo che della recitazione.
La terza parte è composta da una serie di ritratti di bambini
affetti da gravi malformazioni, protagonisti cui, a differenza delle
anziane della prima parte, ridotte a essere clandestine della vita
solo nella fase finale di essa, è la vita nella sua interezza
che viene negata. Qui l'uso della macchina da presa perde ogni residuo
di neutralità documentaristica; i piani si fanno più
lunghi, quasi il doppio di quelli della prima parte 5 ed assumono
una semplice ma decisiva struttura interna: attraverso lente zoomate
Agosti imprime al suo sguardo un movimento, ovvero una soggettività;
gradualmente lo avvicina o allontana ai volti dei bambini, fa sì
che essi vengano scoperti poco a poco. I soggetti di queste immagini,
che nessuna televisione ci mostrerà mai, si susseguono in
un crescendo di alterità somatica, ma tanto più altri
sono i volti su cui Agosti si sofferma rispetto a ciò che
noi chiamiamo normalità, tanto più - e non è
un caso - egli si preoccupa di insistere su gesti abituali, quotidiani
(ma anche su momenti di sofferenza) ovvero su inequivocabili elementi
di umanità. Valgano per tutti i due piani conclusivi del
film, il cui protagonista è anche colui il cui volto è
il più diverso, quello cui con più immediatezza il
nostro istinto vorrebbe attribuire l'appellativo di "mostruoso".
Agosti lo immerge in un contesto di sonorità cupe assolutamente
non naturalistiche (lo stile documentaristico non c'entra ormai
più nulla), ci cala nell'incubo dell'alterità più
assoluta e, sembra suggerirci, disperata, ma poi, nel piano successivo,
ripreso a distanza leggermente maggiore, ci mostra il bambino compiere
il gesto semplice e familiare di portarsi un cucchiaio alla bocca,
mentre guarda, forse incuriosito, una luce che lo illumina dall'alto,
un gesto che anche noi, come lui, compiamo quotidianamente, e basta
ció ad Agosti per dirci che quel bambino è uno di
noi, per comunicarci la sua umanità.
Dicevo dello sguardo partecipe che Agosti rivolge a questi personaggi
che interpretano se stessi. C'è un rischio in questi casi:
che lo spessore dello sguardo veli, offuscandola, la natura di coloro
cui esso è rivolto. Esiste sempre il pericolo di non parlare
degli altri ma di noi stessi che guardiamo gli altri. Non è
solo un problema formale, poiché in termini etici, nel caso
di temi come questo, ciò significa non testimoniare della
sofferenza ma usare la sofferenza, non dare a essa una voce ma offuscare
la sua voce con la propria. È un atteggiamento equivoco in
cui l'arte è caduta troppo spesso, se in maniera inevitabile
o meno non è qui che voglio discuterne. È quasi scontato
affermare, come io ho fatto, che l'uomo il quale parla degli altri
in realtà parla di sé stesso che guarda gli altri,
parla del proprio sguardo, e tutto ció che si puó
fare è ridurre al minimo l'invadenza di tale sguardo, la
distanza fra l'oggetto di esso e la sua immagine. Ma, se così
è, Agosti ci riesce, il suo sguardo riesce a mantenere una
inequivocabile trasparenza. È vero, stiamo guardando Agosti
che guarda, ma attraverso lui stiamo anche guardando coloro che
egli guarda. Con assoluto rispetto e in intenso ascolto.
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Analisi
dei film: Indice
generale
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