Via degli Scipioni, 82 Roma | tel +39.06.39737161

 


Silvano Agosti
» Biografia
» Interviste
» Analisi dei film


"DiarioAzzurro"
» Leggi il nuovo diario
» I
numeri precedenti
» Come ricevere il "Diario"
gratuitamente





 

 


Cinema Azzurro Scipioni
Orario e Programma

Storia della sala
Galleria fotografica
Noleggio film 35 mm
Info e-mail

» Piccolo Cinema Paradiso Brescia
Orario e programma

» Supporto tecnico
- Problemi acquisti online








» Catalogo internet
LIBRI di Silvano Agosti
DVD di Silvano Agosti

OFFERTE SPECIALI

 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

» INTERVISTE a SILVANO AGOSTI

"Non si può acquistare un lampo, un tuono o l'oceano"
- PRIMA PARTE

intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione Culturale L'Alambicco di Cagliari

Iniziamo dall’infanzia e dal primo ricordo che si è sedimentato nella tua mente.
Intanto quando mi hai chiesto di incominciare dall’infanzia ho pensato di parlarti di stamattina. L’infanzia io me la sono portata dietro tutta la vita, ma a parte questo, in senso anagrafico specifico, la mia infanzia comincia con un ricordo. Immagino sia un ricordo sovrapposto, ma ho la certezza di ricordare la coscia di mia mamma con una riga di sangue mentre esco e nasco, e alla finestra intravedo la neve che cade. Mi confermarono dopo, che quando sono nato, il 23 di marzo, c’era la neve. Inoltre ho la sensazione precisa del freddo del marmo della tavola della cucina sul quale sono nato, perché mia mamma ha partorito i suoi sei figli - io sono appunto il sesto - tutti in casa, e la donna che aiutava mia mamma a partorire, perché non c’erano medici, era una levatrice. Ho anche un altro ricordo molto specifico, preciso, che nessuno può avermi raccontato. E’ un ricordo che risale al secondo o terzo mese di vita. Sono al centro di un grande letto, protetto da cuscini e vedo delle macchie di luce sul copriletto, tento di afferrarle per portarmele vicine, alla bocca. Ricordo in modo distinto la mia manina che cerca di prendere le macchie e non ci riesce, ovviamente. Però mi piace questo ricordo, perché con la luce poi ho costruito un rapporto di grande intimità e di grande fascino, spero reciproco.

E’ stata una premonizione?

Non lo so. Diciamo che uno di questi tre ricordi che ti ho citato, e che arrivano al massimo al terzo mese di età, è un ricordo reale della mia infanzia. Uno dei tre o forse tutti e tre.

Sei nato a Brescia nel 1938.

Ho molte perplessità nell’identificarmi in questa data perché effettivamente, io nasco ad ogni risveglio, e ogni mattina vivo la grande emozione della nascita. Non essendo spinto da eventi che guidano il mio comportamento, ma essendo io a organizzare gli eventi e cioè a organizzare il mio destino, ogni mattina mi sveglio riscoprendo il miracolo della vista, il miracolo del movimento. Poi vado alla finestra e constato il miracolo del mondo. Quindi, vivo effettivamente in un tempo un po’ particolare, che è il tempo cui ogni essere umano avrebbe diritto: il tempo del mistero e dell’incanto. Come a dire, adesso cosa faccio: devo andare a fare la spesa, devo andare a pagare qualcosa, adesso devo... Questo devo è praticamente scomparso dalla mia vita, da una trentina d’anni, ed è stato sostituito con adesso posso, spesso prudentemente con l’aggiunta, se lo desidero. Quindi sai, è un po’ un’emozione regale questa, che però sono sicurissimo che è diritto di ogni essere vivente.

Hai vissuto gli anni della guerra.

Sì. Mia nonna diceva: «La guerra non finisce mai, comincia sempre». Ho vissuto gli anni della guerra - fra l’altro non sapendo cos’era una guerra - chiedendone spiegazione alla mia sorellina di cinque anni e mezzo, io ne avevo quattro. Sotto un bombardamento particolarmente feroce le domandai: «Ma cos’è la guerra?», e lei mi rispose: «La guerra è come loro quando litigano». Loro erano i nostri genitori e comunque erano gli adulti, quelli che io, come tu ben sai, ho sempre visto con grande sospetto. L’adulto, sincero nell’obbligo quotidiano alla menzogna, come dice il personaggio di Uova di garofano. Quindi ho avuto il privilegio di constatare in modo inequivocabile la mostruosità di cui si veste l’essere umano quando è negato, e covavo il desiderio di poter andare a scoprire il posto dove era nato l’unico essere grande che io amavo, che era Charlie Chaplin, perché era l’unica persona adulta che sorrideva. Non capivo perché le persone grandi non sorridessero mai, ovviamente era perché c’era la guerra. Io però non avevo altri parametri e dicevo: «Perché, perché non sorridono!». Questa sensazione me la sono portata dietro addirittura fino alla Seconda ombra, dove mi sono trovato di fronte a un personaggio così grande come Basaglia, dicendomi: «Limitati a mettere insieme il suo sorriso». E così ho fatto.

Nella tua inconsapevolezza non ti rendevi conto, naturalmente, del dramma che stava vivendo il mondo in quegli anni.

Non ho mai perdonato, né allora né dopo, alle persone adulte di averci tenuto all’oscuro della verità. Non ho subito nessun trauma, almeno cosciente, della guerra. Il trauma più tremendo l’ho vissuto quando ho capito che nostro padre mentiva, ma mentiva per il nostro bene. Però lo scoprire che mentiva, in un istante mi ha fatto capire tutto, o mi ha dato l’illusione di capire tutto. Come a dire: se mente lui, figurati gli altri. Poi vedevo i nazisti, i fascisti, che sembravano degli scarafaggi. Fucilavano davanti alla nostra casa quei poveri contadini che ho cercato di rappresentare in Uova di garofano. Queste persone, il cui sguardo era di uno stupore assoluto, non capivano né perché erano lì, né perché erano state legate, né perché venivano fucilate. Questa perplessità mi accomunava profondamente a loro, e ogni volta morivo un po’ insieme a loro.

In Uova di garofano c’è una sequenza in cui un ufficiale inglese viene fatto morire per dissanguamento.

Sì, c’è la storia dell’ufficiale inglese. Però sono infinite le cose che ho visto con uno sguardo lucido, il mio sguardo, che è quello che mi ha fatto faticare tanto a trovare un bambino con uno sguardo assoluto quando ho fatto il film, e che ho cercato in circa settemila bambini. I bambini delle elementari di Roma, di Milano, di Brescia. Non trovavo un bambino con quelle caratteristiche, poi finalmente ho trovato quel bimbo che, a mio parere, aveva uno sguardo come il mio, e cioè uno sguardo di fronte al quale nulla poteva nascondersi.

A un certo punto hai lasciato Brescia, a diciassette anni, e hai deciso di andare in giro per il mondo, facendo mille mestieri per vivere.

Diciamo che Brescia mi ha portato via da sé attraverso questo magma molto fitto di mediocrità che io percepivo nel quotidiano bresciano. I miei compagni di scuola parlavano solo di sport, di biliardo, di scommesse, di figurine, di cose che in me non suscitavano il minimo interesse; di avventure più o meno inventate con le ragazze. Tutto questo mi umiliava, nel sentimento della vita che cresceva in me. Un giorno feci questa confidenza a un mio professore di disegno, l’unico che aveva un tocco di creatività, e lui con gli occhi pieni di lacrime mi disse: "Vai lontano, vai via, vai via". Il fatto che me l’avesse detto con gli occhi pieni di lacrime, mi colpì in modo primordiale. In quel momento decisi di andare via. E dove? A vedere la casa di Charlie Chaplin. Sai, quando sei solo davanti al mondo, per la prima volta, avverti la potenza dell’elemento etico, cioè capisci immediatamente che ogni tua azione può essere una scelta: o una scelta favorevole alla vita, o una scelta contraria al vivere. Ho avuto questa fortuna strepitosa di trovarmi da solo in una città di quattordici milioni di abitanti, senza conoscere una parola della lingua, e ho avuto questa fortuna magnifica di assistere coscientemente alla mia nascita. Qualsiasi lavoro era irrilevante come peso, anche se era pesantissimo, perché ho conosciuto il razzismo col proprietario del ristorante che diceva: "No, voi non dovete mangiare sul tavolo, mangiate sul bidone dell’immondizia". Voi sarebbero gli italiani, gli indiani... Lì ho dovuto fare i conti con la malvagità, che però non ho mai attribuito alla persona che la rendeva operante questa malvagità, ma ho sempre obiettivamente pensato che fosse una reazione indispensabile ad una negazione di sé che questa persona aveva subito.


A Londra cosa è successo?

Sono stato mandato via da Londra per il fatto che ero riuscito, in sette-otto mesi, a lavorare pochissimo e a guadagnare moltissimo. Ormai lavoravo in questo straordinario e lussuosissimo ristorante dove si cucinava pesce, dalle 11 di mattina alle tre del pomeriggio, e guadagnavo, credo, l’equivalente di oggi di quattro-cinque milioni a settimana. Una cosa incredibile. Allora sono partito con l’idea di andare in Francia e in Olanda. Passando dall’Olanda, un cinese che aiutai ad andare in un ostello della gioventù mi rubò tutto quello che avevo, compreso il passaporto. Questa esperienza, per certi versi, è stata abbastanza interessante perché mi sono ritrovato ad assistere a una nuova nascita, da zero assoluto a Parigi. Per cui a Parigi ho cominciato a fare il pittore di muri, anzi l’assistente di un pittore di muri. Mi iscrissi anche al Conservatorio indipendente di cinema francese, non per amore del cinema, né per interesse del cinema, ma perché pensai: "Se mi iscrivo in questa scuola che è una scuola di recitazione, imparerò il francese in modo perfetto". Arrivato al Conservatorio scoprii che c’erano 82 ragazze e solo 4 ragazzi, e decisi che era il posto giusto per me. In più mi accettarono gratis. Del resto vivevo una vita effettivamente estranea al denaro: col pittore di muri guadagnavo appena per mangiare, per dormire e per spostarmi in metrò. Tra l’altro lui mi adibiva sempre a pitturare i soffitti, una cosa tremenda, perché la pittura mi andava dentro nella manica, mi attraversava tutto il corpo ed usciva dai piedi. Oppure i termosifoni. Comunque sono rimasto a Parigi finché ho pensato che era giusto cambiare paese e sono andato in Germania, dove ho ricominciato tutto da capo.


Sulla Germania ho letto una cosa curiosa. In una delle città da te visitate hai visto un’ombra e qualcuno che tentava di darti una bottigliata in testa.

A Monaco. Mi ricordo persino la strada e il locale adiacente. Era un localino che frequentai moltissimo dopo questo episodio, localino piccolo, minuscolo, dove si mangiavano le lenticchie e si beveva la birra. Io stavo camminando pacificamente per strada e vidi quest’ombra che mi stava rompendo una bottiglia in testa, la schivai e mi colpì sulla spalla, provocandomi una brutta ferita. Con mio grande stupore ebbi una reazione inspiegabile, o spiegabile solo con l’entusiasmo che avevo dentro, perché ero libero. Gli dissi: "Hai bisogno di qualcosa? Cosa ti serve?" Lui si mise a piangere e mi raccontò che era talmente solo, che pur di poter entrare in contatto con qualcuno, era disposto a rompergli una bottiglia in testa. In quella occasione capii per sempre il concetto che tentavo di esprimere prima, e cioè che qualsiasi forma di violenza è un’implorazione disperata di affetto, di comunicazione. Vedi, come accade ai militari, sono così soli. Se tu sai intendere l’aroma della solitudine e avvicini un militare, a volte un prete, o anche dei mariti, insomma tutti coloro che compiono azioni malvage, addirittura pensando che sono azioni eroiche, ti rendi conto che sono persone disperate. Di una disperazione raffinatissima, persino piena di privilegi, il che aggrava ancora di più la cosa, perché se la mia disperazione mi procura, se sono un generale, uno stipendio di 40 milioni al mese, non c’è via di scampo. Anche se sei suo fratello ti spara una cannonata in faccia.


Dopo questi viaggi sei andato ad abitare a Roma.

No. Dopo la Germania... Se vuoi ti racconto l’episodio scatenante. Io scrivevo dei racconti, ero ancora molto giovane, non avevo neanche 19 anni. Scrivevo dei racconti in una casetta di legno, nella foresta, vicino a Monaco di Baviera, dove non so come ero capitato. In questa casetta c’erano delle ragazze che non sapevo dove avevo conosciuto. Loro mi preparavano le torte e io scrivevo. Scrissi una sessantina di racconti e un ragazzo italiano mi disse: "Dammeli che li voglio leggere a casa". Poi tornò dopo due mesi e propose:"Vuoi 200 marchi?". Duecento marchi era una cifra tremenda. Calcola che allora un’ora veniva pagata un marco, quindi erano duecento ore di lavoro. Insomma, un giorno di aprile, in un bar, una ragazza mi disse:"Sai ho letto i racconti di un ragazzo italiano, sono bellissimi". "Come si chiama?", chiesi incuriosito, lei mi rivelò il suo nome e mi narrò i racconti che avevo scritto io. E’ stata una cosa molto dura per me da capire, provavo un sentimento di disorientata disperazione, perché in quell’occasione l’essere umano mi sfuggiva. Non mi sfuggiva quello che mi voleva rompere una bottiglia in testa, ma questo mi sfuggiva, non capivo come mai ci si potesse appropriare della creatività di un altro e non solo esserne fiero, ma mentire con se stesso al punto da credere che era sua. Questo io non lo capivo. Andai ad aspettare questo ragazzo in una abitazione per studenti dove alloggiava. Una notte, verso le due, tornò a casa. Gli dissi: "Ma cosa è successo" e lui rispose:"Una cosa incredibile, voglio farmi sacerdote". Capii immediatamente che era l’unica cosa nel suo universo che mi poteva dire perché io non lo sgridassi, ma io non volevo sgridarlo. Volevo solamente capire. In un certo senso questo suo "voglio farmi sacerdote", mi aveva dato una risposta talmente definitiva che andai via, però, guarda caso, con la prepotente necessità di scoprire l’origine della mia cultura, di questa cultura strana che includeva anche il "voglio farmi sacerdote". Allora decisi di partire per Gerusalemme. Mi ricordo, e questo lo scriverò nel romanzo a cui sto lavorando, il rituale con cui regalai i pochi marchi che avevo, tenendo per me solo l’equivalente di millelire lire. Partii con un sacco a pelo, un libro e una camicina di nylon.


Il libro qual’era?

Era, lo confesso, la Divina Commedia. Sono partito con la Divina Commedia e questo sacco a pelo. Ovunque andassi mi fermavo e dormivo. Per nove mesi l’umanità nella sua massima umiltà, che è l’anonimato, mi ha accudito, mi ha dato da mangiare, mi ha invitato nelle sue case, mi ha raccontato le sue storie, mi ha dato le sue carezze, però non era sempre la stessa persona, erano sempre persone diverse. In Jugoslavia, in Grecia, in Turchia, in Giordania, in Siria, in Egitto, in Libia. Questo sentimento di universalità dell’essere umano ha fatto nascere in me una forza, una energia interiore molto potente. Attraverso questa consapevolezza sfuggivo per scelta al ricatto: "Se non fai così come fai a mangiare, come fai a vivere, come fai ...". Mi sedevo su qualsiasi pietra della strada e c’era questa umanità portentosa che con pudico silenzio mi offriva da mangiare. Non ho mai chiesto di mangiare. Avevo un viatìco preciso: che non dovevo chiedere, a costo di morire di fame o di usare le mille lire che non ho mai usato. Il miracolo di questa universalità era talmente evidente, che arrivavo al punto di avere sete, mi incamminavo in una strada e mi veniva incontro una persona che mi diceva: "Da dove vieni?". "Io vengo dall’Italia". " Ma vuoi bere qualcosa?". Queste storie hanno dell’ incredibile. E sono veramente innumerevoli le emozioni che ho provato in questo viaggio dove in ogni Paese mi dicevano: "Guarda che se vai lì ti uccidono, guarda che se vai là ti ammazzano, guarda che se vai in Egitto... Hanno appena ucciso un italiano". Io non davo retta a nessuno perchè ritenevo incredibile poter dare qualsiasi credito a questo tipo di minaccia. Dopo questa esperienza ho scelto Roma, essendomi, nel frattempo, innamorato di Londra e di Beirut. Ero indeciso: Londra, Beirut o Roma. Poi ho scelto Roma per una serie di ragioni, non ultima che Roma era più affascinante, perché era un piccolo villaggio, e lo è ancora. Si può attraversare da piazza del Popolo al Colosseo in venticinque minuti, a piedi. E’ tutta lì Roma. Poi c’è la periferia che non è Roma. Roma è quella delle mura. E’ questo piccolo villaggio che però è una metropoli. Ho pensato che qui potevo sentire questo rinverdimento di universalità che avevo avvertito in me, come se l’umanità mi chiedesse perdono per le cose che avevo vissuto durante la guerra, da bambino. Come se l’umanità mi dicesse: "Guarda che non sono io quell’umanità. Quell’umanità sono i tedeschi, sono i nazisti, sono i fascisti, sono i militari, ma non sono io. L’umanità è diversa da quella che hai visto da bambino". Sembra quasi che dia una struttura logica a questo mio narrare, ma non è così. Io mantengo l’emotività come impalcatura del mio narrare e queste sono sensazioni che ho davvero lucidamente provato. A Roma mi sono amministrato sempre in un clima di grande libertà, mangiando ogni giorno la stessa porzione di sardine, un ciriolo (filoncino di pane), una mela. Tutto costava cinquecento lire al giorno. Facevo qualche traduzione la mattina e passavo tutto il mio tempo a leggere tutto ciò che è giusto leggere. Da Omero a Plutarco, Aristotele, Kant, fino a Dostojevskij... A un certo punto qualcuno mi ha detto: "C’è una scuola dove si mangia gratis". Allora ho avuto un’illuminazione e ho pensato: "E’ finita la stagione delle sardine". Però non ho maturato un’ostilità verso le sardine, mi piacciono ancora moltissimo. Le ho mangiate per trecentosessanta giorni l’anno, potevo anche esserne stufo, ma erano condite con questo mistero che è la libertà. Incominciai, allora, a organizzare il piano per entrare in questa scuola, scoprendo successivamente che si chiamava Centro Sperimentale di Cinematografia.


Questa scuola ti stava stretta, come ti è stata stretta la scuola dell’obbligo.

Verso la scuola ho maturato una fortunata sensazione di pena; la scuola mi faceva pena. Mi facevano pena i professori, mi facevano pena le aule, i corridoi, questo camminare in fila, questo stare seduti. Io non volevo stare seduto, non ho mai voluto stare seduto, a meno che non lo desiderassi. Questo era il mio vessillo rivoluzionario, anche al Centro Sperimentale. Non voglio neanche metaforicamente sputare nel piatto in cui ho mangiato, perché ho mangiato bene per due anni: primo, secondo e frutta, non è mica poco. Ero una persona che schiattava dalla felicità, tanto più che non appena ho capito, tranne rarissime eccezioni, che il corpo insegnante era degenerato ancora peggio di quello della scuola, cioè che non mi dava nulla, mi sono rifugiato in cineteca dove avevo fatto amicizia con i due addetti che davano i film. Ho passato quasi due terzi del mio tempo a vedere film, non andavo quasi mai alle lezioni. Poi, siccome il risultato di questi due anni è stato particolarmente favorevole - ho vinto il ciak d’oro che equivaleva al primo premio -, ho avuto la possibilità di scegliere fra l’andare in Russia o in America. Ho pensato, essendo nato in Europa e conoscendo già l’America, di andare in Russia.

» SEGUE "SECONDA PARTE"


» Torna all'indice delle "INTERVISTE A SILVANO AGOSTI"



 

 

 

 

©2008 Edizioni l'Immagine s.r.l. | Tutti i diritti riservati