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INTERVISTE a SILVANO AGOSTI
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"Non si può acquistare
un lampo, un tuono o l'oceano" -
PRIMA PARTE
intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione
Culturale L'Alambicco di Cagliari
Iniziamo
dall’infanzia e dal primo ricordo che si è sedimentato
nella tua mente.
Intanto quando mi hai chiesto di incominciare dall’infanzia
ho pensato di parlarti di stamattina. L’infanzia io me la
sono portata dietro tutta la vita, ma a parte questo, in senso anagrafico
specifico, la mia infanzia comincia con un ricordo. Immagino sia
un ricordo sovrapposto, ma ho la certezza di ricordare la coscia
di mia mamma con una riga di sangue mentre esco e nasco, e alla
finestra intravedo la neve che cade. Mi confermarono dopo, che quando
sono nato, il 23 di marzo, c’era la neve. Inoltre ho la sensazione
precisa del freddo del marmo della tavola della cucina sul quale
sono nato, perché mia mamma ha partorito i suoi sei figli
- io sono appunto il sesto - tutti in casa, e la donna che aiutava
mia mamma a partorire, perché non c’erano medici, era
una levatrice. Ho anche un altro ricordo molto specifico, preciso,
che nessuno può avermi raccontato. E’ un ricordo che
risale al secondo o terzo mese di vita. Sono al centro di un grande
letto, protetto da cuscini e vedo delle macchie di luce sul copriletto,
tento di afferrarle per portarmele vicine, alla bocca. Ricordo in
modo distinto la mia manina che cerca di prendere le macchie e non
ci riesce, ovviamente. Però mi piace questo ricordo, perché
con la luce poi ho costruito un rapporto di grande intimità
e di grande fascino, spero reciproco.
E’
stata una premonizione?
Non lo so. Diciamo che uno di questi tre ricordi che ti ho citato,
e che arrivano al massimo al terzo mese di età, è
un ricordo reale della mia infanzia. Uno dei tre o forse tutti e
tre.
Sei
nato a Brescia nel 1938.
Ho molte perplessità nell’identificarmi in questa data
perché effettivamente, io nasco ad ogni risveglio, e ogni
mattina vivo la grande emozione della nascita. Non essendo spinto
da eventi che guidano il mio comportamento, ma essendo io a organizzare
gli eventi e cioè a organizzare il mio destino, ogni mattina
mi sveglio riscoprendo il miracolo della vista, il miracolo del
movimento. Poi vado alla finestra e constato il miracolo del mondo.
Quindi, vivo effettivamente in un tempo un po’ particolare,
che è il tempo cui ogni essere umano avrebbe diritto: il
tempo del mistero e dell’incanto. Come a dire, adesso cosa
faccio: devo andare a fare la spesa, devo andare a pagare qualcosa,
adesso devo... Questo devo è praticamente scomparso dalla
mia vita, da una trentina d’anni, ed è stato sostituito
con adesso posso, spesso prudentemente con l’aggiunta, se
lo desidero. Quindi sai, è un po’ un’emozione
regale questa, che però sono sicurissimo che è diritto
di ogni essere vivente.
Hai
vissuto gli anni della guerra.
Sì. Mia nonna diceva: «La guerra non finisce mai, comincia
sempre». Ho vissuto gli anni della guerra - fra l’altro
non sapendo cos’era una guerra - chiedendone spiegazione alla
mia sorellina di cinque anni e mezzo, io ne avevo quattro. Sotto
un bombardamento particolarmente feroce le domandai: «Ma cos’è
la guerra?», e lei mi rispose: «La guerra è come
loro quando litigano». Loro erano i nostri genitori e comunque
erano gli adulti, quelli che io, come tu ben sai, ho sempre visto
con grande sospetto. L’adulto, sincero nell’obbligo
quotidiano alla menzogna, come dice il personaggio di Uova di garofano.
Quindi ho avuto il privilegio di constatare in modo inequivocabile
la mostruosità di cui si veste l’essere umano quando
è negato, e covavo il desiderio di poter andare a scoprire
il posto dove era nato l’unico essere grande che io amavo,
che era Charlie Chaplin, perché era l’unica persona
adulta che sorrideva. Non capivo perché le persone grandi
non sorridessero mai, ovviamente era perché c’era la
guerra. Io però non avevo altri parametri e dicevo: «Perché,
perché non sorridono!». Questa sensazione me la sono
portata dietro addirittura fino alla Seconda ombra, dove mi sono
trovato di fronte a un personaggio così grande come Basaglia,
dicendomi: «Limitati a mettere insieme il suo sorriso».
E così ho fatto.
Nella
tua inconsapevolezza non ti rendevi conto, naturalmente, del dramma
che stava vivendo il mondo in quegli anni.
Non ho mai perdonato, né allora né dopo, alle persone
adulte di averci tenuto all’oscuro della verità. Non
ho subito nessun trauma, almeno cosciente, della guerra. Il trauma
più tremendo l’ho vissuto quando ho capito che nostro
padre mentiva, ma mentiva per il nostro bene. Però lo scoprire
che mentiva, in un istante mi ha fatto capire tutto, o mi ha dato
l’illusione di capire tutto. Come a dire: se mente lui, figurati
gli altri. Poi vedevo i nazisti, i fascisti, che sembravano degli
scarafaggi. Fucilavano davanti alla nostra casa quei poveri contadini
che ho cercato di rappresentare in Uova di garofano. Queste persone,
il cui sguardo era di uno stupore assoluto, non capivano né
perché erano lì, né perché erano state
legate, né perché venivano fucilate. Questa perplessità
mi accomunava profondamente a loro, e ogni volta morivo un po’
insieme a loro.
In
Uova di garofano c’è una sequenza in cui un ufficiale
inglese viene fatto morire per dissanguamento.
Sì, c’è la storia dell’ufficiale inglese.
Però sono infinite le cose che ho visto con uno sguardo lucido,
il mio sguardo, che è quello che mi ha fatto faticare tanto
a trovare un bambino con uno sguardo assoluto quando ho fatto il
film, e che ho cercato in circa settemila bambini. I bambini delle
elementari di Roma, di Milano, di Brescia. Non trovavo un bambino
con quelle caratteristiche, poi finalmente ho trovato quel bimbo
che, a mio parere, aveva uno sguardo come il mio, e cioè
uno sguardo di fronte al quale nulla poteva nascondersi.
A
un certo punto hai lasciato Brescia, a diciassette anni, e hai deciso
di andare in giro per il mondo, facendo mille mestieri per vivere.
Diciamo
che Brescia mi ha portato via da sé attraverso questo magma
molto fitto di mediocrità che io percepivo nel quotidiano
bresciano. I miei compagni di scuola parlavano solo di sport, di
biliardo, di scommesse, di figurine, di cose che in me non suscitavano
il minimo interesse; di avventure più o meno inventate con
le ragazze. Tutto questo mi umiliava, nel sentimento della vita
che cresceva in me. Un giorno feci questa confidenza a un mio professore
di disegno, l’unico che aveva un tocco di creatività,
e lui con gli occhi pieni di lacrime mi disse: "Vai lontano,
vai via, vai via". Il fatto che me l’avesse detto con
gli occhi pieni di lacrime, mi colpì in modo primordiale.
In quel momento decisi di andare via. E dove? A vedere la casa di
Charlie Chaplin. Sai, quando sei solo davanti al mondo, per la prima
volta, avverti la potenza dell’elemento etico, cioè
capisci immediatamente che ogni tua azione può essere una
scelta: o una scelta favorevole alla vita, o una scelta contraria
al vivere. Ho avuto questa fortuna strepitosa di trovarmi da solo
in una città di quattordici milioni di abitanti, senza conoscere
una parola della lingua, e ho avuto questa fortuna magnifica di
assistere coscientemente alla mia nascita. Qualsiasi lavoro era
irrilevante come peso, anche se era pesantissimo, perché
ho conosciuto il razzismo col proprietario del ristorante che diceva:
"No, voi non dovete mangiare sul tavolo, mangiate sul bidone
dell’immondizia". Voi sarebbero gli italiani, gli indiani...
Lì ho dovuto fare i conti con la malvagità, che però
non ho mai attribuito alla persona che la rendeva operante questa
malvagità, ma ho sempre obiettivamente pensato che fosse
una reazione indispensabile ad una negazione di sé che questa
persona aveva subito.
A Londra cosa è successo?
Sono
stato mandato via da Londra per il fatto che ero riuscito, in sette-otto
mesi, a lavorare pochissimo e a guadagnare moltissimo. Ormai lavoravo
in questo straordinario e lussuosissimo ristorante dove si cucinava
pesce, dalle 11 di mattina alle tre del pomeriggio, e guadagnavo,
credo, l’equivalente di oggi di quattro-cinque milioni a settimana.
Una cosa incredibile. Allora sono partito con l’idea di andare
in Francia e in Olanda. Passando dall’Olanda, un cinese che
aiutai ad andare in un ostello della gioventù mi rubò
tutto quello che avevo, compreso il passaporto. Questa esperienza,
per certi versi, è stata abbastanza interessante perché
mi sono ritrovato ad assistere a una nuova nascita, da zero assoluto
a Parigi. Per cui a Parigi ho cominciato a fare il pittore di muri,
anzi l’assistente di un pittore di muri. Mi iscrissi anche
al Conservatorio indipendente di cinema francese, non per amore
del cinema, né per interesse del cinema, ma perché
pensai: "Se mi iscrivo in questa scuola che è una scuola
di recitazione, imparerò il francese in modo perfetto".
Arrivato al Conservatorio scoprii che c’erano 82 ragazze e
solo 4 ragazzi, e decisi che era il posto giusto per me. In più
mi accettarono gratis. Del resto vivevo una vita effettivamente
estranea al denaro: col pittore di muri guadagnavo appena per mangiare,
per dormire e per spostarmi in metrò. Tra l’altro lui
mi adibiva sempre a pitturare i soffitti, una cosa tremenda, perché
la pittura mi andava dentro nella manica, mi attraversava tutto
il corpo ed usciva dai piedi. Oppure i termosifoni. Comunque sono
rimasto a Parigi finché ho pensato che era giusto cambiare
paese e sono andato in Germania, dove ho ricominciato tutto da capo.
Sulla Germania ho letto una cosa curiosa.
In una delle città da te visitate hai visto un’ombra
e qualcuno che tentava di darti una bottigliata in testa.
A
Monaco. Mi ricordo persino la strada e il locale adiacente. Era
un localino che frequentai moltissimo dopo questo episodio, localino
piccolo, minuscolo, dove si mangiavano le lenticchie e si beveva
la birra. Io stavo camminando pacificamente per strada e vidi quest’ombra
che mi stava rompendo una bottiglia in testa, la schivai e mi colpì
sulla spalla, provocandomi una brutta ferita. Con mio grande stupore
ebbi una reazione inspiegabile, o spiegabile solo con l’entusiasmo
che avevo dentro, perché ero libero. Gli dissi: "Hai
bisogno di qualcosa? Cosa ti serve?" Lui si mise a piangere
e mi raccontò che era talmente solo, che pur di poter entrare
in contatto con qualcuno, era disposto a rompergli una bottiglia
in testa. In quella occasione capii per sempre il concetto che tentavo
di esprimere prima, e cioè che qualsiasi forma di violenza
è un’implorazione disperata di affetto, di comunicazione.
Vedi, come accade ai militari, sono così soli. Se tu sai
intendere l’aroma della solitudine e avvicini un militare,
a volte un prete, o anche dei mariti, insomma tutti coloro che compiono
azioni malvage, addirittura pensando che sono azioni eroiche, ti
rendi conto che sono persone disperate. Di una disperazione raffinatissima,
persino piena di privilegi, il che aggrava ancora di più
la cosa, perché se la mia disperazione mi procura, se sono
un generale, uno stipendio di 40 milioni al mese, non c’è
via di scampo. Anche se sei suo fratello ti spara una cannonata
in faccia.
Dopo questi viaggi sei andato ad abitare a
Roma.
No.
Dopo la Germania... Se vuoi ti racconto l’episodio scatenante.
Io scrivevo dei racconti, ero ancora molto giovane, non avevo neanche
19 anni. Scrivevo dei racconti in una casetta di legno, nella foresta,
vicino a Monaco di Baviera, dove non so come ero capitato. In questa
casetta c’erano delle ragazze che non sapevo dove avevo conosciuto.
Loro mi preparavano le torte e io scrivevo. Scrissi una sessantina
di racconti e un ragazzo italiano mi disse: "Dammeli che li
voglio leggere a casa". Poi tornò dopo due mesi e propose:"Vuoi
200 marchi?". Duecento marchi era una cifra tremenda. Calcola
che allora un’ora veniva pagata un marco, quindi erano duecento
ore di lavoro. Insomma, un giorno di aprile, in un bar, una ragazza
mi disse:"Sai ho letto i racconti di un ragazzo italiano, sono
bellissimi". "Come si chiama?", chiesi incuriosito,
lei mi rivelò il suo nome e mi narrò i racconti che
avevo scritto io. E’ stata una cosa molto dura per me da capire,
provavo un sentimento di disorientata disperazione, perché
in quell’occasione l’essere umano mi sfuggiva. Non mi
sfuggiva quello che mi voleva rompere una bottiglia in testa, ma
questo mi sfuggiva, non capivo come mai ci si potesse appropriare
della creatività di un altro e non solo esserne fiero, ma
mentire con se stesso al punto da credere che era sua. Questo io
non lo capivo. Andai ad aspettare questo ragazzo in una abitazione
per studenti dove alloggiava. Una notte, verso le due, tornò
a casa. Gli dissi: "Ma cosa è successo" e lui rispose:"Una
cosa incredibile, voglio farmi sacerdote". Capii immediatamente
che era l’unica cosa nel suo universo che mi poteva dire perché
io non lo sgridassi, ma io non volevo sgridarlo. Volevo solamente
capire. In un certo senso questo suo "voglio farmi sacerdote",
mi aveva dato una risposta talmente definitiva che andai via, però,
guarda caso, con la prepotente necessità di scoprire l’origine
della mia cultura, di questa cultura strana che includeva anche
il "voglio farmi sacerdote". Allora decisi di partire
per Gerusalemme. Mi ricordo, e questo lo scriverò nel romanzo
a cui sto lavorando, il rituale con cui regalai i pochi marchi che
avevo, tenendo per me solo l’equivalente di millelire lire.
Partii con un sacco a pelo, un libro e una camicina di nylon.
Il libro qual’era?
Era,
lo confesso, la Divina Commedia. Sono partito con la Divina Commedia
e questo sacco a pelo. Ovunque andassi mi fermavo e dormivo. Per
nove mesi l’umanità nella sua massima umiltà,
che è l’anonimato, mi ha accudito, mi ha dato da mangiare,
mi ha invitato nelle sue case, mi ha raccontato le sue storie, mi
ha dato le sue carezze, però non era sempre la stessa persona,
erano sempre persone diverse. In Jugoslavia, in Grecia, in Turchia,
in Giordania, in Siria, in Egitto, in Libia. Questo sentimento di
universalità dell’essere umano ha fatto nascere in
me una forza, una energia interiore molto potente. Attraverso questa
consapevolezza sfuggivo per scelta al ricatto: "Se non fai
così come fai a mangiare, come fai a vivere, come fai ...".
Mi sedevo su qualsiasi pietra della strada e c’era questa
umanità portentosa che con pudico silenzio mi offriva da
mangiare. Non ho mai chiesto di mangiare. Avevo un viatìco
preciso: che non dovevo chiedere, a costo di morire di fame o di
usare le mille lire che non ho mai usato. Il miracolo di questa
universalità era talmente evidente, che arrivavo al punto
di avere sete, mi incamminavo in una strada e mi veniva incontro
una persona che mi diceva: "Da dove vieni?". "Io
vengo dall’Italia". " Ma vuoi bere qualcosa?".
Queste storie hanno dell’ incredibile. E sono veramente innumerevoli
le emozioni che ho provato in questo viaggio dove in ogni Paese
mi dicevano: "Guarda che se vai lì ti uccidono, guarda
che se vai là ti ammazzano, guarda che se vai in Egitto...
Hanno appena ucciso un italiano". Io non davo retta a nessuno
perchè ritenevo incredibile poter dare qualsiasi credito
a questo tipo di minaccia. Dopo questa esperienza ho scelto Roma,
essendomi, nel frattempo, innamorato di Londra e di Beirut. Ero
indeciso: Londra, Beirut o Roma. Poi ho scelto Roma per una serie
di ragioni, non ultima che Roma era più affascinante, perché
era un piccolo villaggio, e lo è ancora. Si può attraversare
da piazza del Popolo al Colosseo in venticinque minuti, a piedi.
E’ tutta lì Roma. Poi c’è la periferia
che non è Roma. Roma è quella delle mura. E’
questo piccolo villaggio che però è una metropoli.
Ho pensato che qui potevo sentire questo rinverdimento di universalità
che avevo avvertito in me, come se l’umanità mi chiedesse
perdono per le cose che avevo vissuto durante la guerra, da bambino.
Come se l’umanità mi dicesse: "Guarda che non
sono io quell’umanità. Quell’umanità sono
i tedeschi, sono i nazisti, sono i fascisti, sono i militari, ma
non sono io. L’umanità è diversa da quella che
hai visto da bambino". Sembra quasi che dia una struttura logica
a questo mio narrare, ma non è così. Io mantengo l’emotività
come impalcatura del mio narrare e queste sono sensazioni che ho
davvero lucidamente provato. A Roma mi sono amministrato sempre
in un clima di grande libertà, mangiando ogni giorno la stessa
porzione di sardine, un ciriolo (filoncino di pane), una mela. Tutto
costava cinquecento lire al giorno. Facevo qualche traduzione la
mattina e passavo tutto il mio tempo a leggere tutto ciò
che è giusto leggere. Da Omero a Plutarco, Aristotele, Kant,
fino a Dostojevskij... A un certo punto qualcuno mi ha detto: "C’è
una scuola dove si mangia gratis". Allora ho avuto un’illuminazione
e ho pensato: "E’ finita la stagione delle sardine".
Però non ho maturato un’ostilità verso le sardine,
mi piacciono ancora moltissimo. Le ho mangiate per trecentosessanta
giorni l’anno, potevo anche esserne stufo, ma erano condite
con questo mistero che è la libertà. Incominciai,
allora, a organizzare il piano per entrare in questa scuola, scoprendo
successivamente che si chiamava Centro Sperimentale di Cinematografia.
Questa scuola ti stava stretta, come ti è
stata stretta la scuola dell’obbligo.
Verso
la scuola ho maturato una fortunata sensazione di pena; la scuola
mi faceva pena. Mi facevano pena i professori, mi facevano pena
le aule, i corridoi, questo camminare in fila, questo stare seduti.
Io non volevo stare seduto, non ho mai voluto stare seduto, a meno
che non lo desiderassi. Questo era il mio vessillo rivoluzionario,
anche al Centro Sperimentale. Non voglio neanche metaforicamente
sputare nel piatto in cui ho mangiato, perché ho mangiato
bene per due anni: primo, secondo e frutta, non è mica poco.
Ero una persona che schiattava dalla felicità, tanto più
che non appena ho capito, tranne rarissime eccezioni, che il corpo
insegnante era degenerato ancora peggio di quello della scuola,
cioè che non mi dava nulla, mi sono rifugiato in cineteca
dove avevo fatto amicizia con i due addetti che davano i film. Ho
passato quasi due terzi del mio tempo a vedere film, non andavo
quasi mai alle lezioni. Poi, siccome il risultato di questi due
anni è stato particolarmente favorevole - ho vinto il ciak
d’oro che equivaleva al primo premio -, ho avuto la possibilità
di scegliere fra l’andare in Russia o in America. Ho pensato,
essendo nato in Europa e conoscendo già l’America,
di andare in Russia.
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