|
|
»
INTERVISTE a SILVANO AGOSTI
•
"Non si può acquistare
un lampo, un tuono o l'oceano" -
TERZA PARTE
intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione
Culturale L'Alambicco di Cagliari
E'
Bergman che ti ha costretto a continuare a fare cinema dopo l'esperienza
del Giardino delle Delizie.
Sì, mi ha costretto. Mi ha tenuto per la camicia e ha detto:«
Non ti lascio andare via di qui, se non mi prometti che andrai avanti
a fare del cinema». Io che ho sempre avuto una specie di implacabile
coerenza rispetto alle mie decisioni, pensai: “Meno male che
non mi ha detto di fare i film, io andrò avanti a fare del
cinema”. Da allora sono andato avanti facendo una ricerca
cinematografica che ovviamente deve scaturire in un film, se non
altro per pagarmi le spese. Però il mio interesse, da allora,
è sempre stato un percorso di ricerca che c’era già
stato con Violino. Sarei andato avanti a fare del cinema, sicuramente,
non tradendo né lui né me. Questo viatico, queste
quattro ore di dialogo con Bergman, nell’atrio semibuio del
Film Institute di Stoccolma, mi ha protetto in seguito da qualsiasi
evento. Bergman poi ha smesso di fare cinema. Quarant’anni
dopo.
Attualmente
si sta occupando solamente di teatro.
Solamente! Intanto lui ha sempre prediletto il teatro al cinema,
poi ha novant’anni. E’ vero che Verdi a novant’anni
ha scritto il Faust.
Ho
letto da poco un’intervista in cui sostiene di avere abbandonato
il cinema perché è un’ambiente di lestofanti
in cui non si riconosce più.
Anch’io ho rifiutato il mondo del cinema, vedendo girare un
film a Cinecittà e rendendomi subito conto quanto fossero
malvagi i rapporti umani. Non c’era nessuna affettività,
nessuna coralità, non c’era niente altro che malvagità.
Non sono mai voluto entrare nel mondo del cinema, mai. Ho letto
una mia cosa l’altro giorno dove si dice: “Sono sempre
più convinto che solo chi è fuori dal cinema può
amare veramente il cinema”. E’ un libro che ha scritto
Tullio Masoni, dove vengo intervistato e invitato a parlare di Zavattini.
Stare fuori dal mondo del cinema vuol dire che non si devono chiedere
denari allo Stato, che non si ha bisogno di un produttore, ma non
vuol dire che i miei materiali non li stampi a Cinecittà,
pagando, naturalmente. Non sono d’accordo con lo Stato italiano
però vado in treno, non vedo perchè dovrei andare
a piedi per coerenza.
Intanto,
le rivolte sociali del ‘68 bussano alla porta della storia.
In solitudine, con una piccola macchina da presa in spalla, hai
documentato quegli eventi.
Siamo au debut. All’inizio, al vero inizio. La mia vita è
costellata di inizi e il ‘68 è un ennesimo inizio.
L’esperienza del ‘68 l’ho conclusa, credo, in
modo abbastanza armonico nel 1998, facendo Trent’anni di oblio.
Trent’anni di oblio, certamente non da parte mia, ma di oblio
da parte di coloro che neppure avevano memoria del ‘68. Intanto
ho cercato di sconfiggere questa operazione veramente turpe: il
rinchiudere dieci anni di strepitose lotte sociali dentro il ‘68.
Come se uno chiudesse tutta l’opera di Dante Alighieri in
un suo sonetto. Trent’anni di oblio è strutturato in
14 puntate di mezz’ora l’una che abbiamo proiettato
al Festival di Locarno, con una notevole affluenza di pubblico.
Esistono due versioni: una di sette ore e una di quattro. Diciamo
che quello che ho capito in modo definitivo di quegli anni, è
la funzione che ha l’apparato informativo. L’apparato
informativo è armonicamente collegato con l’apparato
scolastico; l’apparato scolastico è nato per formare
le persone e le deforma; l’apparato informativo è veramente
adibito alla deformazione dell’informazione. Non esiste una
sola informazione che sia corretta e che non sia mediata rispetto
alle necessità politiche di chi gestisce l’informazione.
Su questo ho avuto la certezza totale, da allora, con innumerevoli
conferme.
Alberto Grifi mi ha raccontato che i giornalisti
di regime pubblicavano i loro articoli copiando le veline passate
loro dalle questure e dai politici.
Sì. Ma vedi, io consapevole di questo, ho fatto un’operazione
curiosa nel ‘68. Ho pagato, perché tanto si possono
sempre comprare i giornalisti del potere: ho comprato la voce per
eccellenza del Giornale Radio. Gli ho fatto fare dei Giornali Radio
finti, tutti a favore del Movimento Studentesco. Mi ricordo che
questo era stupefacente, perché sentivi la voce del potere
che dava, finalmente, all’informazione una funzione reale.
Avevo anche progettato di prendere tutti i documentari dell’ARCI-P.C.I.,
che erano molto blandi politicamente, cambiare lo speaker in senso
guevariano, insomma di “Che” Guevara, e poi rimetterli
in circolo, tanto nessuno se ne sarebbe accorto prima di tre-quattro
anni. Avevo con estrema precisione capito questi meccanismi, quando,
dopo aver partecipato a un corteo dove c’erano sicuramente
quarantamila persone, sentii alla televisione: “Alcune centinaia
di studenti hanno percorso le vie di Roma”. Quindi è
nato in me il desiderio di dedicarmi totalmente alla controinformazione.
Pensai: “Non è possibile che storicamente, come documento
di accesso a questi eventi, ci sia solo l’informazione di
regime. Ce ne dev’essere un altro, e ho incominciato a documentare,
incappando in personaggi straordinari come per esempio Vanessa Redgrave,
la quale dopo aver visto il mio film sui Cinegiornali, mi ha firmato
un assegno di cinquecentomilalire, che allora era una cifra enorme.
Anche Moravia mi invitò a casa sua e mi offrì del
denaro. Con quei soldi sono andato avanti a girare per molto tempo,
utilizzando una macchinetta a molla e sentendomi investito di questa
straordinaria responsabilità. E sono passato indenne dalle
situazioni più tremende, più trucide, più violente.
Nessuno mi poteva toccare, perché io rappresentavo l’occhio
della storia, in un certo senso. Anche con la mia vigile abilità,
nel senso che avendo percorso il mondo, ero capace di vedere con
quaranta occhi invece che con due. Ho vissuto questa stagione appassionata
di informazione.
Sei
l’unico che ha documentato con taglio controinformativo questi
avvenimenti?
Ci fu una storica riunione all’ANAC, che era l’Associazione
Nazionale Autori Cinematografici, dove fui invitato a entrare nell’associazione.
In una mozione di dodici righe, suscitai una reazione enorme, spiegando
perché non volevo entrare, e perché, invece, invitavo
tutti gli autori ad attaccare la macchina da presa industriale al
chiodo, prendere una macchinetta, e andare per strada a documentare
la storia. A questa riunione, ricordo, la discussione si protrasse
fino alle sette e mezzo del mattino. Erano presenti tutti: Pontecorvo,
Petri... Io spiegai perché non volevo entrare e perché
era importante che si sciogliesse l’ANAC, sostituendola con
un’assemblea permanente di tutti coloro che operavano nel
cinema. Dissi anche: «Vi comunico che ho calcolato che sommando
il denaro che prendono i quindici, venti registi, foraggiati dall’industria,
noi possiamo dare una paga di cinquecentomilalire a tutti i ventimila
che operano nel cinema in Italia. Petri si mise a urlare:«Ma
si può sapere cosa vuoi, cosa dobbiamo fare». «Petri,
ognuno deve togliersi l’osso dalla bocca, tu quello grosso
che hai, io quello piccolo, prima di poter parlare». In quella
riunione, nacque l’ipotesi, con Samperi e qualcun’altro,
di trovarci per documentare, ma all’appuntamento in piazza
Repubblica arrivai solo io.
Bernardo
Bertolucci inizialmente ti ha dato una mano?
Bernardo Bertolucci lo filmai mentre seguiva un corteo, fece alcune
riprese per uno o due giorni, poi, a Valle Giulia, prese una bastonata
da un carabiniere mentre scavalcavamo una rete e non si fece più
vedere. In compenso c’era sempre un omino della CIA che filmava.
E
Bellocchio?
Bellocchio era interessato ad altre cose, ha avuto un destino completamente
diverso, perché non avendo questo senso viscerale dell’autonomia
che avevo io, era entrato nel gruppo dei Marxisti-Leninisti, dove
è stato usato come Lou Castel. Poi Bellocchio aveva un senso
elitario di classe molto forte, quando gli assegni che gli facevano
firmare cominciarono a diventare consistenti, disse: « No,
mi dispiace, arrivederci». Mentre Lou Castel diede tutto quello
che aveva, centinaia di milioni al partito. Un giorno mi chiamò
con le lacrime agli occhi e mi disse: « Vieni a vedere »,
e mi mostrò una cinquecento, « me l’ha regalata
il partito ». “Certo, con tutti i soldi che ti hanno
fregato”. Il Sessantotto oscillava continuamente, tra la maestosa
dignità della storia e questo grottesco individuale che arrivava
sempre alle caratteristiche del patetico.
Grifi
ha filmato qualcosa?
Non credo, non mi risulta. Lui ha filmato più che altro delle
testimonianze di carcerati, perchè aveva una vicenda completamente
diversa. Grifi lo definisco un angelo dalle ali spezzate, infatti
nel mio ultimo film, La ragion pura, gli ho fatto fare l’angelo.
E’ come un’annunciazione, solo che lui annuncia un’aborto
e non una nascita, è una cosa un po' curiosa.
Tu sostieni che Pasolini, invece, non aveva
capito niente del Sessantotto.
Credo che Pasolini avesse una lunghezza d’onda... Posso dire
insieme a un raffinatissimo studioso francese, che non bisogna confondere
mai la profondità del mare con la lunghezza della propria
sonda. Credo proprio che Pasolini abbia confuso la propria capacità
di vedere il quadro politico, con il quadro politico reale. Lui
ha continuamente adattato alla propria sensibilità poetica
la propria visione del mondo, mentre i grandissimi poeti hanno fatto
esattamente il contrario, hanno sempre adattato la propria sensibilità
al quadro politico del mondo. In questo modo non costringi l’analisi
del mondo all’interno di qualcosa, sia pur portentosa come
la creatività poetica di Pasolini, ma avvolgi con la tua
sensibilità poetica il dato del reale. Quindi, questo è
il grande equivoco. Per cui Pasolini credeva di vedere il mondo
dicendo che i poliziotti erano dei proletari della Calabria, ma
non erano i poliziotti il problema, il problema era chi li guidava.
Il fatto è che il poliziotto non è niente, lo sappiamo
tutti che è esattamente come il proprio manganello. Ma tu
nel difendere il manganello, difendi anche quelli che lo mandano
a massacrare, a dare calci nella pancia alle donne incinte, come
ho visto fare io; a cavare un occhio a un ragazzo, a calci in faccia.
Pasolini senza saperlo è stato uno strumento portentoso di
freno, tanto è vero che l’ha anche pagata cara. A Venezia
i giovani gli sputarono addosso. Non che fosse malvagio o reazionario,
semplicemente non aveva capito. Aveva questa ingenuità estrema
di credere che tutto fosse legato all’iniziativa del poliziotto,
ma il poliziotto era tra due fuochi: fra quello che lo costringeva
a fare una cosa ripugnante e quello che lo menava. Quando Pasolini
scrisse la poesia in difesa dei poliziotti replicai dicendo: “Pasolini
è stanco, facciamolo riposare”. Ho sempre avuto una
duplice emozione nei confronti di Pasolini: un sentimento di immensa
pena per questo fascismo viscerale che abitava in lui, nel più
intimo del profondo, dovuto alla sua origine di classe. Figlio di
u n capitano dell’esercito, quindi figlio del potere, che
lo deve avere eroso come quella volpe che il ragazzino del mito
portava nascosta nel ventre e lo divorava. Pasolini per liberarsene,
nei rapporti erotici, si comportava da feroce fascista. Poi questa
stupenda luminosità poetica che lo caratterizzava, questa
incorruttibile componente d’infanzia che faceva di lui un
vero eroe. Sono due convergenze piuttosto micidiali, sicuramente
tragiche. Tant’è vero che ha dato una statura tragica
alla propria vita e anche alla propria morte. Ha affidato il proprio
suicidio a questa tremenda forza interna, per gestirla. Questo l’ho
capito in modo definitivo quando ho visto Salò e le 120 giornate,
dove lui descrive il fascismo in modo fascista. Non voglio fare
paragoni, ma nel mio film, Nel più alto dei cieli, ho rappresentato
delle aberrazioni immensamente più strazianti di quelle rappresentate
nel film di Pasolini: torture, persone che si mangiano tra di loro,
però è un film che faccio vedere anche a un bambino
di nove e dieci anni, perché non si vede nulla. Ora io non
perdonerò mai a Pasolini l’inquadratura in cui fa vedere
che tagliano la lingua a una persona, non gliela posso perdonare,
perché è l’opposto puro di quello che lui era
e che voleva dire.
Inizialmente
questo film avrebbe dovuto dirigerlo Sergio Citti, che avrebbe voluto
farlo ancora più crudo di quanto invece abbia fatto Pasolini.
Non si tratta di più crudo o meno crudo. Nel mio film c’è
addirittura un gesuita e una suora che mangiano una sordomuta viva,
però cosa si vede. Si vede una mano. Nel suo c’è
una segreta, profonda, affascinata ammirazione per il fascismo e
questo è terribile. Mi prendo la responsabiltà di
queste percezioni che ho avuto.
Era
conscia o inconscia in Pasolini questa ammirazione per il fascismo,
secondo te?
L’espressione tormentata che il suo volto aveva assunto, sta
a significare che doveva esserci una parte di coscienza, perchè
aveva una faccia terribile alla fine, paragonabile solo a quella
di Agnelli. Ho avuto paura nel vedere la faccia di Pasolini nell’ultimo
anno di vita, aveva una faccia tremenda, un teschio praticamente,
dove l’angoscia, come le onde del mare, l’avevano erosa,
cancellando ogni espressione di umanità. Rimane però
questo grande mistero intatto della sua poeticità.
Parliamo
di NP il segreto, un film che è un po’ una premonizione
su alcuni avvenimenti che sarebbero poi accaduti in Italia.
Il segreto sembra che sia stato una specie di condanna, perché
è rimasto proprio segreto nel film. Nicola Piovani dice che
è la sua sigla. Invece io dico che voleva dire quello che
voleva dire: cioè, Nota Persona. Il segreto, ovvero Aldo
Moro. E’ un film sul caso Moro, fatto otto anni prima che
il caso Moro succedesse. Non a caso è stata l’unica
volta che ho avuto bisogno di scrivere sui titoli del film la data.
Questo film è stato fatto nel 1970 perché avevo dentro,
in modo preciso, una premonizione. Ma non era solo una premonizione
che riguardava il caso Moro, era anche una premonizione che riguardava
la cassintegrazione e le Brigate rosse. C’era tutto nel film:
il compromesso storico, dove la voce vaticana che avevo affidato
a Marco Bellocchio, diceva: «Non dimentichiamo, non dimentichiamolo
mai, Gesù fu il primo Socialista, figlio di lavoratori e
lavoratore lui stesso, venuto sulla terra per portare il mistero...».
Il film è fitto di premonizioni ed è anche, da un
punto di vista stilistico, figlio della mia rabbia, per aver dovuto
continuare a fare del cinema. Rabbia che attribuivo al disastro
oggettivo del Giardino delle delizie, e nella mia ingenuità
pensavo com’era possibile che i critici, anche senza vedere
un film potessero dichiarare che era brutto. Ho sempre creduto che
il critico dovesse essere l’ultimo tocco creativo del film
che lo inserisse in un tessuto culturale, che gli desse una sua
fisionomia storica, che da all’Autore dei contorni che altrimenti
non ha. Invece, di fronte a questa operazione di bassa macelleria
compiuta dai critici nei confronti del mio film, ho pensato che
sbagliavo a voler fare delle immagini così armoniche, così
particolari. In N.P. Il segreto, ogni volta che facevo un inquadratura,
la contemplavo e poi la cambiavo. Questo film nasce da una sofferenza
stilistica enorme, da una sceneggiatura che io ritengo ancora straordinaria.
E’ la storia dell’uomo più potente del Paese
che si salva perché diventa l’uomo più miserabile
del Paese. Ero stato devastato creativamente da questi strani personaggi
che sono i critici. Forse Moravia mi aveva un po' lenito le ferite,
sicuramente anche Renoir e Bergman. Però qualcosa è
rimasto delle pugnalate tremende che ho ricevuto, senza essere Giulio
Cesare. Io non ero nessuno. Era come se improvvisamente da un’angolo
remoto fossero usciti quarantotto congiurati che mi accoltevano
e poi scusandosi dicevano: «Noi cercavamo Giulio Cesare».
Però, intanto, le coltellate le ho prese. Quindi per Np ho
un grande sentimento di tenerezza, perché è un film
nato per essere fondamentale e invece, un po’ per ragioni
di censura, un po’ per ragioni di struttura del film, non
lo è. Comunque è un documento storico importantissimo
che narra vicende che già conoscevo, avendo vissuto il Sessantotto.
Questo sentimento mi si è confermato in altre circostanze,
come quando intervistando Indira Gandhi le ho detto: «Ho una
domanda delicata da farti. Ho saputo che ti spareranno». E
lei mi rispose con un bellissimo sorriso: «Cosa c’è
di delicato nel fatto che mi uccideranno, io sono pronta».
Io fra l’altro ho visto Aldo Moro che vedeva NP il segreto
al cinema Farnese, quindi lui per certi versi ha voluto fruirne.
Naturalmente nel film, questo rapimento alludeva un po’ a
Mattei, e chi era Mattei se non un Aldo Moro ante literam. Ho usato
le foto dell’aereo di Mattei per giustificare la finta morte
del protagonista. Il mio era un occhio rivolto a Mattei e un occhio
a chi tentava di cucire un rapporto fra il neo capitale e le forze
progressiste, D.C.e P.C.I., con un intento completamente diverso
da quello che gli era attribuito. Moro voleva portare probabilmente
i Comunisti al potere, dicendo: «Così logoriamo loro
invece che logorare il P.S.I. Che ce ne frega di logorare il P.S.I.».
Infatti la genialità strategica di Moro è stata la
sua condanna a morte. Lui oggi direbbe: «Avete visto che avevo
ragione, dov’è il PCI, non c’è più,
è sparito». Ecco perché questo film è
estremamente importante nella mia vita, molto meno nella mia filmografia.
Nella mia vita è di un’importanza strutturale. E’
l’unico mio film uscito in Francia. A Parigi è stato
proiettato per sei mesi.
Mentre
in Italia?
In Italia non è mai stato proiettato, anche se Sergio Saviane,
quello dell’Espresso, ha fatto un bellissimo articolo. Ci
sono persone che mi hanno telefonato dicendomi che l’avevano
visto nelle televisioni private e non avevano dormito per due settimane.
Il mio bambino mi ha detto che era un film tremendo, mi ha terrorizzato.
E’ un film ancora oggi premonitore su quello che può
succedere, se non altro perché ha preso in esame quello che
nessuno ha voluto o potuto prendere in esame: cioè il problema
vero, nodale, di questo ventunesimo secolo che è il cambiamento
radicale dei mezzi di produzione. Il passaggio dall’automatizzazione
all’automazione. Dove l’automazione, d’improvviso,
libera dall’obbligatorietà del lavoro milioni di persone.
Di conseguenza, le persone libere sono una minaccia immensa per
gli apparati di potere. Allora i casi sono due: o il potere fa fuori
quattro dei sei miliardi di persone che sono sulla terra, o muore
storicamente. Anche le Sette sorelle che smaniano in modo tremendo
per iniettare il loro petrolio nelle vene di tutte le persone che
esistono, in un modo o nell’altro, sanno che hanno vita corta,
per il semplice fatto che oggi stanno arrancando. Stanno inventandosi
le cose più assurde per far credere alla gente che serve
ancora lavorare sei giorni la settimana. E’ tutto falso. Oggi
si potrebbe lavorare un giorno la settimana e si produrrebbe dieci
volte di più. Ma l’imbarazzo è che le persone
sarebbero libere, e le persone libere sono tremende, come me. Sono
indomabili. Questo è il dilemma che pone NP Il segreto, ed
ecco perché nessuna forza culturale italiana se ne è
assunta la paternità, perché capivano che era giusto.
N.P., ha poi due magnifici interpreti: Irene Papas e Francisco Rabal.
E’ il primo film che ho prodotto da solo, con un grande impegno
produttivo. C’è una scena con una Cadillac scortata
da sei carabinieri, con le moto. Una scena da trecento milioni che
io ho pagato neanche millelire. Adesso faccio altrettanto. Per me
è sempre possibile, perché credo in quello che faccio.
Pochi anni fa mi sono fatto prestare un treno, e non più
di otto anni fa mi sono fatto spostare con una gru, da duemilacinquecento
tonnellate, dei camion americani lunghi anche sessanta metri, per
metterli come volevo io in una scena di Uova di garofano. Non ho
paura di chiedere, perché so benissimo che mi dicono sempre
tutti di sì. E’ un po’ lo stesso sentimento che
avevo quando filmavo per strada. Sento sempre che sto rappresentando
qualcosa, qualcuno, forse tanti, ma non so ne chi ne come. E’
un sentimento indistinto, ma che mi da una enorme forza. Io non
credo che sia esportabile la fiducia profonda che ho nella vita.
Questo mi fa credere in modo molto indistinto che l’essere
umano, ma qualsiasi essere umano, non solo io, se ha una fede profonda
della vita ha accesso a qualsiasi atto vitale che lui deve compiere.
E’ una fede laica, rigorosamente non mistica, ma potente come
una fede in Dio, in Buddha o in Bramha.
»
SEGUE "QUARTA PARTE"
» Torna
all'indice delle "INTERVISTE
A SILVANO AGOSTI"
|
|