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INTERVISTE a SILVANO AGOSTI
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"Non si può acquistare
un lampo, un tuono o l'oceano" -
QUARTA PARTE
intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione
Culturale L'Alambicco di Cagliari
Nel
‘73 sei andato in Grecia a intervistare Panagulis e a documentare
la feroce dittatura dei Colonnelli.
Sì, e ho realizzato Altri seguiranno. Sono andato ad Atene,
c’erano ancora i Colonnelli, c’era un clima veramente
molto cupo, tanto che ho deciso di filmare solo di notte per dare
il senso della dittatura. Intanto il mio arrivo è stato molto
avventuroso, perché non avevo nessun permesso. Sono arrivato
con un piccolo vagoncino e con la macchina da presa, tutti i materiali,
e visto che c’erano due poliziotti col mitra spianato per
ogni doganiere, ho pensato: "Qui non passerò mai".
Ho visto una bella ragazza dell’Alitalia e le ho detto: "Posso
parlarti un attimo. Sono qui ad Atene per una cosa molto importante
che non ti posso dire, però non posso passare dalla dogana,
altrimenti mi arrestano".
Che
cosa ti ha spinto ad andarci?
Il tutto è nato dalla lettura di un articolo su Panagulis
che era uscito dal carcere, allora mi son messo subito in contatto
con suo cugino che era qui a Roma, che mi disse: «Se vai in
Grecia ti proteggiamo noi della Resistenza». Mi diede tutte
le credenziali. Telefonai alla Televisione svedese raccontando che
avevo un contatto con Panagulis. Mi diedero due milioni e mezzo
e con quei soldi partii per Atene. Non avevo nessuna cognizione,
come sempre. Ritornando alla ragazza dell’Alitalia, mi chiese
di seguirla senza mai voltarmi indietro e mi portò fuori
dall’aeroporto, attraverso un cunicolo, senza passare per
la dogana. Quando la cercai per ringraziarla era sparita, come nei
film. L’altro elemento curioso è che poi mi sono messo
in contatto con la Resistenza. Mi hanno ospitato in una villa enorme,
completamente deserta, senza mobili, senza materassi. Dovevo dormire
sul pavimento. C’era solo una cassaforte dove dovevo nascondere
il film, man mano che giravo. Sempre in accordo con la Resistenza
sono stato portato all’interno di un’autobotte, nascosto
nel cofano, a casa di Panagulis. Nella sua casa c’erano sempre
tre macchine della Polizia che giravano intorno. Gli consegnai novantatré
domande in greco chiedendogli quando sarei potuto tornare a ritirarle.
Tre giorni dopo la Resistenza mi fece sapere che le risposte erano
pronte. Nel frattempo erano successe tante cose. Andai dal capo
della Polizia politica per chiedere il permesso di girare di notte.
Lì ho rischiato la vita. Lui mi chiese se avevo tutti i permessi
e io risposi di averli nella cartellina, facendo finta di farglieli
vedere. Mi concesse dieci ore, solo una notte. Nella cartellina
c’era solo Il Corriere della Sera. Poi feci un errore strategico:
una sera vidi un sottomarino americano che faceva manovra nel porto,
e siccome gli americani dicevano di non aver nessun rapporto con
la dittatura, lo filmai. Nel filmarlo vidi nel mirino un ufficiale
che mi guardava e fischiava. Buttai la macchina da presa nell’automobile
e partii con una ragazza greca che mi aiutava, con la quale mi sono
fidanzato. Dopo tre giorni, mentre ero sul balcone della villa,
ho visto una millecento che si fermava e un uomo che scendeva in
punta di piedi. Attraversò il giardino e si mise ad ascoltare
dietro la porta. Allora scesi, aprii di colpo la porta e gli chiesi
cosa volesse. Lui scappò. Dovetti subito telefonare, secondo
le istruzioni, alla Resistenza. Mi dissero: «Scappa, vieni
subito via perché ti hanno identificato». Allora andai
a dormire a casa della ragazza greca e le dissi: "Ho visto
che hai la terrazza, dormiamo sul tetto che fa caldo, portiamo su
le coperte, è più bello dormire sul tetto". La
mattina dopo scendemmo e la sua casa era tutta distrutta. Erano
venuti di notte e avevano perquisito dappertutto, ma non ci avevano
trovato perché eravamo sul tetto. Scendemmo subito di corsa
per strada, la attraversammo, entrammo in un bar e vedemmo arrivare
altre cinque macchine della polizia. Ci cercavano dappertutto. Intanto
avevo conosciuto una persona che mi aveva raccontato di un capitano
dell’esercito, paralizzato dalle torture, che era ricoverato
nell’ospedale militare. Gli dissi: "Devo assolutamente
filmarle queste cose". «Ma sei pazzo, l’ospedale
militare...». Però quelli della Resistenza erano simpatici,
mi aiutavano in qualsiasi mia richiesta. Alla fine decisi di mandare
a Vienna il mio fonico, con tutto il materiale che nel frattempo
avevo girato. Io rimasi ancora una settimana a filmare il capitano
e una ragazza che era stata violentata dal suo carceriere. Non mi
presero, anche perché ogni notte cambiavo posto dove dormire.
Ignaro del pericolo, volli filmare il luogo dell’attentato,
dove Panagulis aveva messo una bomba, ma nessuno mi voleva accompagnare.
Allora feci un patto con un camionista, del quale ero diventato
nel frattempo amico, che mi disse: «Non ti posso portare là,
ho paura». Lo convinsi a lasciarmi a circa un chilometro e
proseguii a piedi. Filmai la Madonnina che il dittatore aveva fatto
mettere dopo essere scampato all’attentato e la caverna dove
Panagulis si era nascosto. Sono molto legato a questa esperienza,
perché mi ha insegnato che se stai facendo qualcosa che ha
l’importanza di un evento storico, hai una misteriosa protezione.
Sai sempre cosa fare, con l’istinto che solo i bambini hanno.
A
proposito della creatività che si può esprimere senza
mezzi economici, tu hai raccontato che Panagulis rinchiuso in carcere
scriveva poesie con il suo sangue.
Lui stesso lo racconta nel mio film. Staccava dei pezzettini di
legno dal letto del carcere, li intingeva nelle proprie vene e scriveva.
Ha tentato trentasei volte di fuggire dal carcere, dicendomi: «L’idea
della fuga era quella che mi salvava». Con un cucchiaino è
riuscito a fare un buco nel muro sufficiente per poterci passare
e uscire nel corridoio. Era legato con i fili elettrici e sapeva
che l’avrebbero preso, però ha tentato ugualmente la
fuga. Un’altra volta si è nascosto sotto la panca ed
è riuscito ad uscire dalla porta. Quando è riuscito
ad evadere davvero, lo ha fatto grazie all’aiuto di una guardia
commossa dalle sue poesie, scappata insieme a lui. Tramite la Resistenza
greca sono riuscito a filmare, nell’immenso spazio di Atene,
una manifestazione, forse la prima manifestazione politica interna
contro i Colonnelli. C’erano delle musiche di Teodorakis che
allora rappresentava l’opposizione al Regime.
Il
film l’ha prodotto la televisione svedese.
La Televisione svedese mi ha dato i soldi sufficienti per andare
in Grecia e per la pellicola, ma il film l’ho prodotto io.
Telefonai al reparto politico del Telegiornale, esposi il mio progetto,
e loro mi fecero fare il film. Poi la Televisione svedese ha censurato
il film. Hanno censurato la parte finale del colonnello torturato,
che aveva perso la parola e la motilità del corpo a causa
delle torture.
Perchè
proprio la Televisione svedese?
Forse perché ero appena stato in Svezia, avevo incontrato
Bergman che aveva apprezzato Il giardino delle delizie. Poi perché
la Svezia ha sempre avuto una nomea di paese progressista, e in
effetti lo era. Con Palme al Governo era un paese straordinario,
tant’è vero che l’hanno ammazzato.
Purgatorio
quando l’hai fatto?
Purgatorio l’ho fatto l’anno successivo, nel ‘73,
dopo una conversazione con Bergman e l’amico Michael Meschke.
In realtà fui contattato per dare una mano a Meschke, poi
inesorabilmente lui stesso ha firmato il film anche con il mio nome,
perché curai la fotografia, la sceneggiatura e il montaggio.
E’ un film molto curioso. Purtroppo il protagonista di questo
film era un’attore di teatro, molto debole come personaggio.
Il film risente un po’ di questa debolezza. In compenso ho
potuto fare le ricerche più incredibili, utilizzando i mezzi
tecnici più sofisticati: per esempio togliendo il nero fumo
dietro la pellicola e girando con la doppia pellicola; oppure girando
delle scene di notte con un’inquadratura ad anello, in modo
da esporre la pellicola almeno sei volte tanto. Ho fatto tutti gli
esperimenti che mi interessavano di più, dal punto di vista
fotografico. Sognai la protagonista, con la quale peraltro ho avuto
una bellissima storia d’amore, quella che faceva Beatrice.
La sognai con il volto privo di contorni. Si vedevano solo gli occhi,
il naso e la bocca. Riuscii a creare questa immagine onirica nel
film, con un metodo molto curioso: realizzai un tunnel di garze,
illuminato in controluce. L’effetto era una galleria di bianchi,
e in fondo alla galleria si intravedeva il viso truccato di bianco
di Beatrice, a nove metri circa, ripreso con uno zoom a 250, per
cui i veli diventavano di un bianco pastoso. Insomma, il risultato
era perfetto. Naturalmente fu immediatamente bloccato dal Governo
svedese che reputò il film troppo eversivo. Restò
nelle sale solo due giorni: in Italia non è mai uscito. Fui
invitato a Teheran con questo film. Dopo Purgatorio fui affascinato
dalla proposta di fare Matti da slegare. Doveva realizzarlo Marco
Bellocchio che mi telefonò dicendomi: «Io non mi sento
di fare questo film, fallo tu, perché i matti mi spaventano».
Gli proposi invece di farlo in collettivo e così lo facemmo
in quattro. Per la prima volta mi trovavo ad affrontare come materia
la realtà. Una realtà talmente suggestiva e autorevole,
che rimasi un anno intero al montaggio, per rispettare questa preziosità
assoluta che era la rivelazione indiretta del disagio mentale. Per
la prima volta mi ero battuto perché non ci fossero dei mediatori:
cioè degli psichiatri, psicologi, infermieri, ma solo i matti
o gli operai, che più o meno hanno lo stesso tipo di contesto
mentale. Hanno cioè una capacità essenziale di esprimersi.
Durante l’anno di montaggio ho vigilato affinché questa
materia si componesse quasi da sola.
Il
film è stato commissionato da qualcuno?
E’ stato commissionato dall’Assessorato alla Sanità
di Parma, nella persona di Mario Tommasini che è un eroe,
uno dei tre soli comunisti che ho incontrato in tutta la mia vita.
E
gli altri due comunisti?
Uno è Che Guevara e il terzo non te lo dico. Matti da Slegare
poi ha assunto una proporzione mitica, in quanto tutti i centri
sociali, tutti i circoli Ottobre e per induzione anche i circoli
Arci ce lo chiedevano. E io lo affittavo a millelire. Facemmo oltre
tre o quattromila proiezioni. Era un film veramente richiesto, come
la materia prima dell’essere. Lo richiedevano dappertutto.
In parte anche La seconda ombra sta avendo questo analogo destino,
pian piano. Naturalmente con una lentezza maggiore, perché
allora, nel ‘74, c’era un contesto politico esplosivo.
C’era l’occupazione delle case da parte delle donne,
per cui lo proiettavano nelle case occupate. C’era, diciamo,
una circuitazione ideale.
Ho
letto un saggio di Simona Argentieri in cui afferma che il film
è straordinario, però avanza qualche dubbio sul fatto
che si siano messi al bando gli operatori, cioè gli specialisti.
Dice che ognuno deve stare al suo posto, sostenendo che la scienza
è fondamentale.
Non è vero. Io le direi: perché gli operatori per
duecentocinquanta anni hanno gestito i manicomi come dei lager,
perversi e crudeli? Perché li dovrei fare entrare nel discorso?
Non ho il minimo interesse, a parte che credo, compresa Simona Argentieri,
che tutti gli operatori psichiatrici siano diventati tali per esorcizzare
una paura tremenda: quella di diventare matti, o comunque della
follia. A parte il fatto che la scienza non ha fatto mai nulla per
la malattia mentale. L’unica impennata che la malattia mentale
ha avuto è stata con Basaglia, che ha descientifizzato il
discorso. Oggi ricomincio a vedere gli psichiatri che hanno il Mercedes
da duecento milioni, un bellissimo appartamento, certo che gli dispiace
essere tagliati fuori. Se tu sapessi la reazione che ebbero gli
psichiatri di Parma alla proiezione mitica di Matti da slegare,
in un immenso cinema di Parma. Fu un vero trionfo. Gli psichiatri
dissero: «Non capiamo il valore che danno a questo film, abbiamo
fatto anche noi una mostra fotografica». Non capivano neanche
il film. Io mi ero battuto: "Non li voglio gli psichiatri,
non mi interessano". Se facessi un film sul cinema, per esempio,
non farei mai parlare i registi, i produttori, i critici. Farei
parlare gli spettatori. Se facessi un film sulla scuola farei parlare
gli studenti. Certo, la Argentieri si lamenta di non esserci, ma
secondo me lei e tutti gli psichiatri non ci sono storicamente.
Nel senso che la malattia mentale non rappresenta un problema dal
punto di vista clinico. Dal punto di vista clinico i malati mentali
saranno diecimila in tutta Italia, ma i centoquarantottomila che
erano rinchiusi nei manicomi erano le vittime specifiche di un modo
di essere, di vivere e di gestire la realtà. Infatti Basaglia
era mal tollerato da moltissimi psichiatri. Però non ho difficoltà
a capire Simona Argentieri, ognuno ha bisogno di esserci anche se
sa benissimo di non esserci.
Nel
‘74 sei andato a Brescia dopo la strage.
Sono corso a Brescia da Stoccolma. Nel ‘74 stavo girando a
Stoccolma, quando ho saputo che erano morti tre dei miei più
dolci e meravigliosi amici, nella strage. Persone di una bontà
infinita. Volevo capire qualcosa, volevo capire perché. Perché
loro sì e io no. Sono andato lì proprio il giorno
dopo la strage. Ho filmato un po’ tutto: quelli del Partito
comunista che facevano la guardia alle bare, li ho filmati alle
tre di notte. Parlavano sottovoce, e questo loro parlare sottovoce
esprimeva l’impotenza del partito di fronte a quello che stava
accadendo. Il P.C.I. rifiutò il mio film dicendo:«
Non possiamo avvallare un film che indica la D.C. come responsabile
della strage». Chiunque opera nel settore del potere ha un’aspirazione
suicida, misteriosamente. Il suicidio di qualsiasi movimento politico
è quello di andare al potere, perché il potere è
una forma di criminalità e quindi quando un movimento va
al potere diventa criminale. Non ci sono dubbi, qualsiasi movimento.
E allora il Partito comunista in nome dell’andare al potere,
quindi della propria stessa morte - tanto è vero che è
morto -, sacrificava tutta la propria scintillante credibilità.
Diventava sempre più opaco. Calcola che io nel ‘75,
proprio presentando Matti da slegare a una festa dell’Unità,
sulla via Tuscolana, davanti a una marea di giovani, che mi chiedevano
come mai nel sessantotto c’era tutto quel fermento, risposi:
"Perché allora c’era il partito comunista".
Questo lo dicevo nel ‘75, quando il Partito comunista trionfava
in senso elettorale. Racconto queste cose perché il mio sdegno
nei confronti del compromesso storico, ha fatto nascere il progetto
di Nel più alto dei cieli, che in sostanza è un film
sul compromesso storico. Tant’è vero che alcune frange
progressiste del P.C.I. vollero a tutti i costi che il mio film
andasse a Venezia, compreso il fratello di Napolitano.
Il
film Festa della Repubblica è per certi versi un documentario
irriverente.
Festa della Repubblica mi è stato ispirato da un fatto curioso.
Di fronte a casa, dalla finestra, vedevo tutti i giorni un vecchietto
che si chiudeva nel cesso e sputava, tirando di sigaro. Ero anche
affezionato a lui, ma non avevo mai pensato di filmarlo, anche se
era molto buffo. Il 2 giugno del 1975 ho sentito la televisione
che dal secondo piano emergeva fortemente giù in cortile,
mi sono affacciato e ho visto quello che poi è il film. Cioè
ho visto qualcosa che mi ha costretto subito a correre a prendere
la macchina da presa e a filmare. Ho visto questo vecchietto che
di solito era solo un vecchietto che sputava dalla finestra, che
nel contrappunto dell’enfasi di regime dello speaker televisivo,
diventava un eroe. Là dove la televisione diceva: "Il
Presidente della Repubblica è salito all’Altare della
Patria", lui espettorava e sputava. Esprimeva in modo vigoroso,
solenne, sacro, tutto lo sdegno che era giusto esprimere rispetto
anche al Presidente della Repubblica e allo Stato. Dopodiché
filmato questo, sono corso in via dei Fori Imperiali, dove sapevo
che c’era la sfilata, che fra l’altro fu l’ultima,
perché da allora venne sospesa fino a tre anni fa. Mi misi
a filmare in mezzo alla strada la parata. Fu in quell’occasione
che gli uomini della Digos mi tirarono indietro per i piedi, mentre
io continuavo a filmare. Al rientro incrociai persino una manifestazione
antimilitarista a piazza Navona, per cui in due ore e mezzo circa,
realizzai quel filmetto che è uno di quelli che amo di più.
Piovani scrisse Il valzer degli sputi proprio per questo film. Basaglia
tutte le volte che veniva a Roma - sarà venuto almeno una
quindicina di volte - voleva assolutamente vedere questo film, perché
lo divertiva moltissimo.
Chi
ha visto Nel più alto dei cieli lo ha definito un film inquietante.
Nel più alto dei cieli è stato la mia condanna a morte,
sul piano della figura, all’interno del territorio culturale
nazionale. E’ stato il pretesto definitivo per condannarmi
a morte. Nel senso che il film è stato immediatamente sequestrato.
E’ rimasto sequestrato per quasi quattordici anni, poi a Venezia
è successo di tutto. I giornali hanno scritto delle cose
tremende. Addirittura credo che sul Popolo ci fosse scritto: «Con
Agosti non bisogna limitarsi al biasimo, ma bisogna passare a vie
di fatto». E fu un’effettiva condanna a morte. Sono
stato costretto all’assoluto silenzio.
E
i giornali di sinistra?
Non sono mai esistiti in Italia. Un giornalista difese il film su
Paese Sera, che era un giornale di sinistra ma progressista, per
varie ragioni. Anche Ripa di Meana, mi ricordo, mi venne a dire
che era stato molto colpito dal film e che lo trovava straordinario.
Anche un regista di videoregime, progressista come Maselli per esempio,
mi disse uscendo da Venezia: « E’ uno straordinario
affresco medioevale ». «Ma perché non l’hai
detto in sala dove lo attaccavano tutti», risposi. «
Ah, non volevo unirmi alla canìa ». Comunque non ho
avuto problemi, ero abituato.
Il
film non ha avuto miglior fortuna all’estero.
Francisco Rabal, che era un attore di Bunuel e aveva lavorato per
me in N.P. Il segreto, gli fece vedere il film, che in Spagna aveva
creato una situazione molto imbarazzante. Nel più alto dei
cieli era stato invitato insieme a Matti da slegare al Festival
di Benalmadena, dove il film fu bloccato. Allora decisi di ritirare
anche Matti da slegare. A quel punto fecero arrivare il Ministro
della Cultura, perché prendesse una decisione. Vide il film
e disse: «No, assolutamente non si può proiettare ».
«Allora ritiro Matti da slegare», replicai. Loro fecero
venire un prete misterioso da Madrid il quale, da Gesuita qual’era,
disse: «Si può proiettare per i critici ma non bisogna
dirlo a nessuno». Il giorno dopo andai all’Università,
dove era in corso un’occupazione. C’erano, credo, almeno
tremila studenti. Presi il microfono e dissi: «Sono stato
incaricato dalla polizia di non dire a nessuno che domani alle tre
c’è la proiezione del mio film, Nel più alto
dei cieli. Il giorno dopo c’erano ventimila persone fuori
dalla sala. Arrivarono le autoblinde. In seguito a quest’evento
la polizia minacciò: «Se qualcuno entra in sala, spariamo».
Fuori fu organizzato un sit in, dove gli studenti decisero di prendere
sei diverse risoluzioni per evitare che le spie, che i poliziotti
avevano infiltrato, rivelassero le loro intenzioni. Solo tre minuti
prima dell’ingresso avrebbero deciso quale scegliere. La sera,
all’inaugurazione del Festival, quando entrammo in sala e
il Ministro cominciò a parlare, fuori gli studenti incominciarono
a battere le mani. Finché lui, disturbato dal rumore, disse
: «Insomma cosa volete?». La delegazione che era riuscita
a entrare, rispose: «Vogliamo parlare noi». Li fecero
salire sul palco ed esposero un documento dove evidenziavano che
i film Nel più alto dei cieli e L’impero dei sensi
di Oshima, erano stati violentemente censurati. Dopo tre anni, caduto
Franco - Franco stava morendo, nonostante le trasfusioni di sangue
gitano, che forse lo hanno ucciso perché era razzista -,
furono proiettati in Spagna tutti i film che in precedenza erano
stati censurati. In quell’occasione proiettai il film per
Bunuel che rimase molto silenzioso e poi, appoggiando il mento sul
suo bastone, disse: «Me parebe una metafora, però non
scura, luminosa». Questo ovviamente è stato un altro
degli incoraggiamenti che ho avuto, però il film è
rimasto ermeticamente chiuso. I giornali lo attaccavano scrivendo:
«E’ un pasticcio, sembra un po' Bunuel, un po' La zattera
della medusa». Un distributore mi telefonò entusiasta
del film. «Guarda, ti do settanta milioni, hai fatto un film
portentoso, incasserà l’ira di Dio perché contiene
tutti gli elementi... ». Infatti nei tre giorni che uscì
al Quirineta c’era la gente seduta per terra. Il film incassava
in un modo pazzesco, circa cinque milioni al giorno, a mille lire
il biglietto. A volte succedeva che andassi lì e le ragazze
svenivano durante il film. Io le confortavo dicendo: «E’
importante che tu veda il finale, altrimenti dopo non capisci il
film». Il film faceva paura anche a me, in un certo senso,
che l’avevo fatto. Però è un film rispettosissimo,
credo. Non è che se un bambino vede il mio film perde l’uso
della parola, come è successo per un film di Dario Argento.
Nonostante la violenza espressa in questo film sia sicuramente molto
più forte di quella di Dario Argento.
Questo
però un bambino non lo capisce.
Appunto. Tant’è vero che la censura non lo voleva vietare
ai minori, ma io li fregai. «No, non per tutti, facciamolo
vietato ai minori di quattordici anni». Persino in Francia
dissero: «La censura non lo passerà mai». Ed
io: «Ma voi non avete fatto la Rivoluzione Francese?».
Allora cosa dobbiamo dire? Siamo solo al ‘76, abbiamo ancora
ventiquattro anni.
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