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» INTERVISTE a SILVANO AGOSTI

"Non si può acquistare un lampo, un tuono o l'oceano"
- QUINTA PARTE

intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione Culturale L'Alambicco di Cagliari

Mi sembra importante ripercorrere le tappe del tuo percorso artistico e umano. Raccontami del film La macchina cinema.

La macchina cinema è stato un magnifico, sublime disastro, nel senso che là dove Matti da slegare fruiva del collettivo, perché ognuno effettivamente aveva una sua purezza da offrire, persino Marco Bellocchio, nella Macchina cinema non eravamo più un prodotto, non eravamo più moltiplicati tra di noi, ma ci siamo trovati improvvisamente come una somma. Eravamo sommati, io, più Bellocchio, più Petraglia, più Rulli. Sommati soprattutto in un evento che siamo riusciti comunque a qualificare in un modo abbastanza originale. In questo film ho tentato un colpo, forse sbagliando. Nel senso che ho tentato, essendo quattro puntate, di dire: "Dai ragazzi, allora buttatevi sull'identità degli autori di cinema e ognuno di voi si responsabilizzi". Non aveva funzionato. A un certo punto Marco incominciò a trattare l'evento, come un evento di categoria B. Facemmo una riunione famosa che ho filmato e che ho ancora in archivio, che finisce con un dibattito mostruoso, e con Petraglia che dice a Marco: "Marco tu continui a dire che questo film è una cosa di categoria B, non è giusto, ogni cosa è importantissima". Ciononostante rimane un documento straordinario, sia della nostra passione per il cinema, sia dello squallore estremo del cinema industriale. Avemmo questa idea, della quale io credo di potermi attribuire la paternità, che era di partire dal più piccolo paese del Sud, dal cineamatore, dall'estrema provincia del Nord, per arrivare infine alle città e a Cinecittà. Un percorso attraverso lo spettro di un mito, vorrei quasi dire. Ci trovammo di fronte a uno spettro del cinema, non al cinema, perché l'ultimo degli innocenti del paesino di Ceccano, che animava tutto il paese con la sua macchinetta superotto, aveva un occhio al cinema industriale, e il cinema industriale aveva un occhio e una purezza periferica che ormai non poteva certamente più avere. Infatti l'esempio più interessante fu l'intervista che Marco fece, in modo egregio a Ferreri, dove però Ferreri subito si definì un outsider, dicendo:"Io faccio le Ferrari, io faccio le Ferrari del cinema. Non sono utilitarie i miei film". Poi io filmai tutte le riprese dello Stallone nero, un immenso film americano che stavano girando a Cinecittà, con bufere finte. E' molto appassionante La macchina cinema. Questa avventura si è conclusa sicuramente nel segno della dignità. Non aveva l'impeto di Matti da slegare, anche perché la materia era profondamente diversa.

Dopo questa esperienza Bellocchio, Rulli e Petraglia hanno lasciato la 11 marzo cinematografica.

No, non hanno lasciato la cooperativa 11 marzo cinematografica. Hanno cominciato a seguire delle strade fortemente diversificate dalla mia e la cooperativa, che nel frattempo era diventata una S.R.L., era in agonia, doveva morire. Dissi: "La rilevo io, vado avanti io". Sono sempre della stessa convinzione e sono andato avanti, pur mantenendo con Marco dei rapporti di amicizia. Ho prodotto tutti i miei film con la 11 marzo cinematografica: Quartiere, D'amore si vive, Uova di garofano, tutti. Perché mi sembrava interessante che questa piccola cooperativa nata dal nulla, per un filmino piccolo come Matti da slegare che è diventato così importante, non dovesse perire. Rilevai debiti e crediti e così è ancora viva. Ormai sono ventisei anni che esiste.

Come è nato il video su Guccini e i Nomadi?

Non sapevo neanche chi fosse Guccini, per essere sincero. Non lo sapevo, però mi dissero che era un personaggio importante. C'era la EMI che offriva quindici milioni per fare il film, e anche in questa occasione ho pensato di fare un'esperienza inusitata, come del resto fu. Girai con tre macchine da presa, feci vestire di nero i Nomadi e li portai in un garage di Modena. Si vedono solo le loro mani che suonano. La cosa magica è che io filmai il concerto, ma filmai anche le prove nel garage. Per cui il concerto ha delle riprese che non esistono mai in un concerto. Per esempio, mi ricordo che misi uno specchio a quarantacinque gradi dietro la nuca di Guccini e filmai in primissimo piano l'immagine nello specchio, poi panoramicai sulla sua immagine reale, che è un effetto molto strano durante un concerto. Ho fatto quel film, che a suo modo mi sembra abbastanza significativo, di cui non trovo più il negativo. Non conoscendo Guccini, non avevo un trasporto emozionale tale da influenzare le mie riprese, anche perché non ho mai approfondito il rapporto con la musica di un certo tipo, amando la musica classica e la musica popolare. Ricordo che mi chiese:"Come si fa ad essere artisti senza bere". E' una montagna, un personaggio interessante. Privilegiai Augusto, il cantante dei Nomadi, quello che è morto. Non so perché, d'istinto, diedi molto più spazio ad Augusto che a Guccini, nel film. Era un film troppo artistico per essere commerciale, e troppo commerciale per essere artistico. Album concerto l'ho chiamato.

Successivamente hai lavorato a L'Arca di cioé e Il buffone di Dio.

L'Arca di cioé è una piccola cosa che feci per la televisione. Una cosa che dal punto di vista cinematografico è inesistente, però curiosa per una serie di annotazioni sulla psicologia infantile, sulla perversità della televisione. Peraltro fu spenta durante l'emissione in diretta. Qualcuno telefonò chiedendo di interrompere la trasmissione, che puntualmente fu interrotta dalla R.A.I. a metà, senza nessuna spiegazione. La vicenda fu molto comica. Avevo fatto Telebugia con la sigla del TG1, che diceva tutto il contrario di quello che succedeva e loro:"E ora Telebugia", chiusero e partì il TG1. Sembrava una grazia del cielo, avevano costruito qualcosa di ancora più potente. Poi, siccome era una trasmissione per bambini, loro si cautelarono e la seconda puntata la fecero a mezzanotte, la terza all'una e mezza, la quarta alle due. I bambini sicuramente non hanno visto niente. Ma c'era una curiosità: Franco Piavoli che interpretava Hitler. Una specie di Hitler nostrano, coi baffetti, interpretava un amministratore di condominio che non voleva far giocare i bambini, e loro lo ammazzavano. Si trattava anche il problema dell'inquinamento. Se è vero che nella vicenda espressiva di una persona ci dovrebbe essere qualcosa di cui vergognarsi un po', direi che L'Arca di cioè ha questa funzione. Per il resto non mi vergogno di nulla. Al contrario Il buffone di Dio, pur essendo un piccolo film, è importante storicamente, perché è una delle poche visioni, da vicino, esistenti di Bagwan Rajnesh. Lo feci in coppia con quello su Indira Gandhi. Volevo rappresentare, dell'India, un uomo e una donna.

Quindi Il buffone di Dio e Un incontro sono simultanei.

Si, sono simultanei. Li ho realizzati nello stesso mese.

Bagwan Rajnesh era un santone, un guaritore.

Era un essere umano, un po' come Gandhi, come Gesù Cristo. Un vero prototipo di essere umano, in una marea di relitti umani. Ovviamente l'essere umano ha una sua grande regalità, e lui era sicuramente un puro. Mentre chi lo circondava e chi lo fruiva era notevolmente corrotto, tanto è vero che lo hanno portato alla morte. Il suo vice - un canadese, un omone con una barba immensa - mi disse: "Sai, in India non vogliono la spiritualità, vogliono il frigorifero, la televisione, l'automobile. Bisogna andare in America, perché lì hanno già tutto". Andarono in America, nell'Ontario, comprarono un immenso appezzamento di terreno, costruirono l'industria della spiritualità con vagoni di dollari che entravano. La CIA si mise a indagare, lui che era un puro disse che il Presidente degli Stati Uniti era l'incarnazione di Satana, per cui lo fecero fuori con una minestra al mercurio e con radiazioni.

Che taglio hai dato al film?

Gli ho dato un taglio ironico, un taglio che era la mia visione. Il mio sguardo è troppo intriso di ciò che di miracoloso c'è in qualsiasi cosa, per essere affascinato da ciò che vuole essere a tutti i costi miracoloso. Avevo un forte distacco, un affettuoso distacco ironico. Gli proposi tre domande. Rispose per cinquanta minuti a una delle mie tre. La domanda alla quale rispose era questa: "I giovani della nuova sinistra sembrano essere sempre più interessati al tuo pensiero, pensi che sia una evoluzione della sinistra o una degenerazione del tuo pensiero?". Lui rispose facendo un'analisi incredibilmente sofisticata e molto geniale della differenza fra ribellione e rivoluzione. L'India ha rappresentato una tappa fondamentale per me, soprattutto perché ebbi una specie di shock, nel dire a Indira Gandhi: "Ho saputo che ti spareranno". Non sono cose di cui vado fiero, sono cose che ho vissuto con un misterioso sgomento, in quanto non ho risorse per capirle: né l'origine, né la funzione. E' un po' come quando uno fa un sogno, talmente preciso, che non riesce più a ricordare se è un sogno o un evento reale. A me non succede, in quanto credo che tutto sia storia e tutto sia realtà.

Sei cattolico?

Me ne guardo bene, nel senso che io credo che l'essere umano debba essere il solo perfetto e credo anche che i Cristiani neofiti sarebbero stati altamente redarguiti da Cristo e da Marx, in quanto il seguace è qualcuno che ha perso la propria identità e ha accettato di perderla. Io non ho la minima intenzione di perdere la mia. Ti posso però dire sul piano, diciamo filosofico, che ho in me un profondo senso del mistero, un profondo e laico senso del mistero che circonda l'evento universale. Mi piace oltremodo fruire costantemente della percezione di questo mistero, in quanto mistero, non in quanto qualcosa che mi incuriosisce sapere cos'è. E' un po' lo stesso atteggiamento che ho sempre avuto verso la femminilità. Non ho nessun interesse a conoscerla, ma ne fruisco nella sua misteriosità, e voglio che rimanga misteriosa. In questo senso sono anche in grado di rispettarne il valore. Certo domandare a me se sono cattolico è una cosa quasi comica.

La mia era una provocazione.

Una volta - questo sono contento se lo scrivi - a Venezia, credo proprio con Uova di garofano, mi chiesero:"Ma tu sei anarchico o comunista", e io molto tranquillamente risposi "Ma veramente io sono felice". Questa è proprio la mia posizione. Non credo che si debba essere qualche cosa al di là di quel che si è, io sono me stesso.

E non ti riconosci in qualcosa al di fuori di te?

Mi riconosco in tutto quello che c'è fuori di me, ma in tutto, compreso lo sterco dei passeri, compreso l'Universo, però posso anche dirti che non c'è niente al di fuori di me. Se tu sei, sei. Cosa vuoi riconoscerti, io mica mi sono perso, perché mi devo riconoscere. Se tu sei te stesso, sei.

Va bene. Allora cambiamo la domanda. Credi in qualcosa?

Io credo in tutto, assolutamente in tutto. Credo che ogni cosa che esiste sia il simulacro di una verità che pian piano si va rivelando, ma non credo che ci sia una cosa più importante dell'altra. In un grande affresco quello che conta è l'insieme dell'affresco, non è il colore del mantello di un guerriero, il volto del re o quello della sua donna, è proprio l'insieme. Quindi io vivo un'emozione di totalità dell'essere. Per cui è perfino imbarazzante dire di riconoscermi in qualcosa, visto che mi riconosco in tutto. Credo che l'assunto, ama il tuo nemico, sia una delle sintesi più potenti e più ironiche mai concepite da una mente umana. E' proprio l'al di là dell'al di là di qualsiasi logica, figurati quanto spazio c'è ancora da percorrere per l'insieme degli esseri umani, per arrivare al concetto di amare il proprio nemico. Figurati che non sono neanche arrivati ad amare se stessi. Il cammino è lunghissimo. Ovviamente l'imbarazzo del mio credere è che appunto non sono acquistabile. Quando una persona crede ed è se stessa, ha la stessa valenza di qualsiasi altro fenomeno naturale. Non si può acquistare un lampo o un tuono o l'oceano. Non sono cose acquistabili. E così anch'io non sono acquistabile da nessun tipo di moneta, nemmeno dalla più sofisticata delle monete che è l'amore. Io non mi faccio comprare neanche da un presunto o reale sentimento d'amore, lo rispetto, lo amo però non cedo la mia identità neanche per amore che è il massimo assoluto.

Cos'è il senso del possesso per te?

Io non ho niente, non ho mai avuto niente se non tutto quello che ho desiderato. Può sembrare un paradosso. Se io ho solo un paio di pantaloni è proprio perché desidero avere solo un paio di pantaloni, se ne avessi tremiladuecento paia vorrebbe dire che ne desidero tremiladuecento paia. Ma non sarebbe credibile, nella mia interiorità, avere tremiladuecento paia di pantaloni. Anche nel mio nuovo film, La ragion pura, è contenuto tutto ciò che volevo esprimere in questo film, e l'ho espresso al di fuori della logica del denaro, con mio grande piacere. Tutto ciò che di stupendo accade in me, lo attribuisco all'essere umano che c'è in me. Quindi non ho nessuna responsabilità, se non di ciò che accade attraverso la mia coscienza. Se io nel sonno strozzo duecentocinquanta bambini, non me ne può fregare di meno. Mi dispiace che sono morti, però non mi identifico con l'evento perché non fa parte della mia coscienza. Non è di buon gusto fare un'arringa rispetto alla propria diversità, però la mia diversità è la testimonianza della sublime eguaglianza che c'è fra tutti gli esseri umani. Se tu metti la libertà al primo posto, non solo la libertà da, e neanche la libertà di, ma la libertà in senso assoluto, puoi fare qualsiasi cosa. Ma non è ancora sufficiente, il problema è di essere liberi e basta. Libero vuol dire che uno trova il gesto, sempre. Il gesto giusto, perché è un gesto di libertà, e allora questo viene riconosciuto in senso universale.

Oltre i tuoi, hai prodotto anche un film di un autore indipendente, Il pianeta azzurro di Franco Piavoli.

Sì. Piavoli mi ha fatto vedere tre suoi piccoli film di venticinque anni prima, e ho pensato che era una cosa indegna che un essere così geniale non si esprimesse nel cinema. Sono partito con questa convinzione profonda e ho scoperto che il più grande nemico di Piavoli era Piavoli stesso, allora ho dovuto fare in modo che questa inimicizia con se stesso crollasse, che lui scoprisse la propria preziosità. Questo è avvenuto.

Piavoli è un uomo libero?

No, assolutamente. E' un uomo che vive molto il sentimento della libertà e ha un intelligentissimo rapporto con la natura. Sai, chi è amico della natura la respira molto la libertà, anche se non la gestisce. Franco è proprio agli arresti domiciliari, può fare dei giri, ma non è una persona libera. E' una persona che io amo molto e credo sia uno dei più importanti autori di cinema in Italia.

L'amore e i sentimenti di cui abbiamo parlato ti hanno ispirato il film D'amore si vive.

D'amore si vive è una ricerca che parte dallo stesso Mario Tommasini, di Matti da slegare, col quale, un giorno, stavo osservando i giovani di Parma e dicevo:" Ma come mai sono così mesti? Come mai non si accarezza mai nessuno per strada? Nessuno che si tiene per mano? Ogni tanto si vedono due che si baciano in bocca, ma così tanto per... Ma non c'è una cultura della tenerezza? Sai Mario, forse hanno paura dei sentimenti, facciamo una ricerca sui sentimenti." Ed è nata questa ricerca, per me fondamentale. Mi accorgo, nel parlarti, che effettivamente ogni cosa è stata fondamentale, però D'amore si vive è un film sacro, come ebbe a dire il parroco di Borgotaro. Esiste, oltre quella di Chiara Gelato, un'altra tesi di laurea fatta da una ragazza, che contiene un divertente rapporto sulle reazioni di Parma a D'amore si vive, dove tutti i consiglieri comunali della D.C. e dell'M.S.I. esordiscono allo stesso modo: "Premetto che non ho visto il film, ma si tratta di un'opera ignobile".

Ti sei posto la domanda se Parma fosse una città laica.

Ho detto che sono andato a Parma a fare una ricerca perché la ritenevo una città laica. Invece ho scoperto che non c'è niente di laico in Occidente, c'è molto di pagano, e quindi Parma è una città pagana. La laicità è una forma evolutiva molto avanzata nell'animo umano e non è laica Parma, è pagana, come direbbe Pasolini.

Nel 1984 insieme al romanzo L'uomo proiettile è nata anche la tua casa editrice L'immagine.

Sì. Fino ad allora avevo scritto solo un piccolo manuale di cinema che si intitola Il cinema alla portata di tutti, pubblicato anonimo. Ma L'immagine è nata con L'uomo proiettile, al quale sono seguiti Uova di garofano, La ragion pura e la trilogia Il giudice, La vittima e L'assassino che avevano incantanto Fellini.

Mi hai raccontato che le poesie che hai composto si sono sedimentate prima nella tua mente, poi sono diventate parole su un foglio di carta. I romanzi e i racconti sono nati attraverso lo stesso processo creativo?

Le poesie le ho tenute a memoria per quarant'anni, poi le ho scritte. Per i romanzi e i racconti ho conosciuto la storia stendendola sulla carta. Avevo dei miei libri un'immagine, poi cominciavo a scriverli e mi appassionava sempre più sapere come andava a finire. E la scrittura me la rivelava. E' stato così, in modo particolarissimo, con La ragion pura. Ho cominciato a scrivere alle sette di sera e all'una di notte ero talmente intrigato di sapere come andava a finire, che ho scritto fino alle nove del mattino. Ho
scritto il libro in una notte, dopo ci ho lavorato tre anni sul piano sintattico e della lingua. Ero partito solo dall'immagine di un uomo, chino su una donna addormentata, che scopre che la donna sta parlando. L'uomo riesce ad entrare in contatto con lei e a farsi rispondere. Era tutto quello che sapevo, poi ho scoperto delle cose incredibili. A un certo punto lui le domanda, approfittando di questa incredibile purezza di dialogo: " Ma che origine ha la vita?", e lei risponde che alla quinta settimana una scarica elettrica parte dalla madre, tocca il nervo cardiaco, e così comincia la vita. Questo tipo di dato veniva fuori man mano che scrivevo. Il percorso artistico per me parte dalla discesa della mia creatività. Credo che la creatività sia insieme alla libertà un elemento fondamentale dell'essere, e credo anche che la creatività sia una forte difesa dell'apparato immunitario, per varie ragioni. A dir la verità sono anche convinto che la bontà e la solidarietà siano parte di una medicina preventiva, nel senso che una persona buona ha i vasi sanguigni più dilatati: digerisce meglio, assimila meglio, gode di più del cibo che mangia. La persona solidale ha una fisicità molto più sciolta, molto più funzionante, e ovviamente il suo corpo ne fruisce in termini positivi. Ma la creatività, non a caso, è quella che viene immediatamente estirpata dall'esperienza scolastica. Il mio percorso artistico consiste da un lato nel ridare al cinema la figura dell'autore, cioè nel rendere paradossale ciò che l'industria propone come normale. E' assolutamente paradossale per me, e mi auguro per moltissimi altri, affidare dei dati creativi fondamentali del film, come la fotografia, il montaggio e l'organizzazione stessa del film a qualcun'altro, con la scusa di una sorta di democraticità creativa, che poi non è mai vera. Addirittura le creatività entrano in conflitto, molto spesso, e si elidono. Quindi, alla creatività cinematografica, volevo ridare la stessa totalità che ha la creatività nella pittura, nella scrittura, nella scultura e persino nell'architettura, dove si sostiene che la cupola di Santa Maria del Fiore è del Brunelleschi. Sottintendendo che sicuramente non è mica lui che ha messo un mattone sopra l'altro, però è del Brunelleschi. Che il campanile di Firenze è di Giotto. Se Giotto avesse avuto un disegnatore di linee, un'organizzatore di masse armoniche, un montatore e poi fosse andato lì a dare il tocco creativo, il campanile non sarebbe di Giotto, ma anche di Giotto. Credo che questa promiscuità creativa sia letale per il cinema, e invece sia molto fruibile e funzionale per l'industria, per il discorso del prodotto che va confezionato nel più breve tempo possibile e deve rendere il maggior denaro possibile. Ma questo non c'entra niente con il cinema. Quindi il mio percorso creativo, fondamentalmente, parte dal desiderio di abbattere la figura sinistra che è l'artista e di proporre una riscoperta di quanto fondamentale sia la creatività in ogni essere vivente. Quindi abbattere il muro che c'è fra chi crea e chi fruisce, fra lo spettatore e l'autore. Ci deve essere un territorio di autori, ognuno dei quali fruisce dell'autorevolezza e dell'esclusività di ognuno. Perché così ognuno diventa non soltanto autore delle proprie opere, ma anche, ed è ciò che maggiormente conta, autore del proprio destino. Questo è il mio sogno creativo. Ed è un sogno, non a caso, che ha una forte convergenza di creatività, di sensibilità espressiva, ma anche di coscienza politica. Sogno una comunità umana dove ogni persona è talmente se stessa, che non c'è più bisogno di creare delle opere, perché la creatività serpeggia talmente in ogni dove che è inutile creare. Sarebbe come, in una foresta tropicale, appendere a un albero una gabbietta con dentro un uccellino. L'opera creativa in un'umanità davvero vivente, davvero se stessa, davvero universalmente creativa sarebbe inutile. Sarebbe altrettanto grottesco fare un film o scrivere un romanzo, come appunto mettere un vaso vicino all'oceano Pacifico con dentro un pesce rosso o un pesce tropicale. Questo è il segreto della mia ispirazione creativa. Da questo nasce il desiderio di fare dei film dove l'attore è sostituito dal personaggio, dove non esistono immagini funzionali, cioè immagini schiave e immagini padrone, ma dove ogni immagine è autrice della propria autorevolezza espressiva, dove ogni immagine è protagonista. E dove addirittura, in certe immagini, lo spigolo di un armadio è più protagonista del protagonista del film. Questa è la mia ricerca, dove la luce viene a riscattare il servilismo espressivo delle immagini e di ciò che le compongono, e fa trionfare magari il cardine di una porta sul volto di Irene Papas, come è capitato nel mio film NP il segreto. Oppure da comunque ad ogni immagine la responsabilità della propria espressività, per poter essere ciò che è. Alludendo ad un'umanità dove ogni persona è perfettamente creativa e cioè è se stessa. Ed è talmente se stessa che il dialogare con l'insieme dell'universo diventa una piattaforma minima da cui cominciare, per essere ciò che si è.


SEGUE "SESTA PARTE"


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