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INTERVISTE a SILVANO AGOSTI
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"Non si può acquistare
un lampo, un tuono o l'oceano" -
SESTA PARTE
intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione
Culturale L'Alambicco di Cagliari
L’unica
figura professionale che comunque non puoi escludere dal film è
il compositore delle musiche.
Diciamo che la musica nei miei film rappresenta ancora un’istanza
di perfezionamento delle immagini, nel senso che potrei più
agevolmente, come facevo nei primi film, usare come musica Benedetto
Marcello o Bach, come faccio quando per ambientare una scena scelgo
un parco. La figura di Ennio Morricone che scrive la musica del
film è effettivamente un interrogativo. Ma io do ad essa
l’autorità di esprimere tutto il cammino che devo ancora
fare. Certo, ho un suggestivo senso d’invidia per la stupenda
elementarità dei film di Bresson. In certi miei film, forse
più riusciti, come Prima del silenzio, praticamente non c’è
nessuna musica. C’è il ricordo di una musica che la
protagonista vede suonare da un ambulante, vicino ad una specie
di Pietà, rappresentata da una zingara che ha in mano un
bambino addormentato. Certamente ci sono altri miei film dove la
musica non ha un’importanza così grande, come invece
ce l’ha inesorabilmente nei film come Uova di garofano e La
ragion pura. Sono contento che la musica mi garantisca ancora un
forte spazio di ricerca. Il giorno che non riuscirò a tollerare
di aggiungere una musica ad una mia immagine, vuol dire che il livello
poetico ha raggiunto talmente se stesso, che la mia ricerca si è
conclusa. Credo che tutto ciò sia più che sufficiente
per esprimere quello che dicevi sul percorso creativo, e credo che
questo percorso io l’abbia affidato quasi immediatamente alla
luce, più che a ciò che la luce rivelava. Credo fermamente
che il cinema sia il linguaggio dell’invisibile, cioè
che ogni immagine debba contenere qualche cosa che parla al sentimento,
senza passare dallo sguardo. Può sembrare una cosa assurda,
perché il cinema è immagine. Invece credo che tutto
ciò che l’occhio vede nel cinema sia un pretesto per
travasare il mistero che c’è nell’immagine, nel
mistero che c’è nel cuore degli uomini. E io lo affido
alla luce e all’uso della luce.
Nel
corso del tuo processo creativo hai continuato a descrivere e indagare
il reale.
Vedi, è tutto reale quello che ho descritto o mi auguro che
se non lo era, lo sia diventato. Nel senso che i miei percorsi,
come credo di averti già detto, sono di livellare attraverso
il cinema, e forse non solo, ciò che di reale c’è
nel fantastico e ciò che di fantastico c’è nella
realtà. Quindi, come tu puoi immaginare, il fantastico diventa
reale e il reale diventa fantastico. E’ come il capovolgimento
di una clessidra, non c’è differenza fra la metà
superiore e la metà inferiore, se non che mentre l’una
funziona in un modo, l’altra deve necessariamente funzionare
nell’altro. Ma non c’è differenza, perché
ognuna delle due assume vicendevolmente la stessa funzione di realtà
e di fantasia.
Uova
di garofano è un film autobiografico, tratto dal tuo omonimo
romanzo.
Non è tratto. Come ti dicevo ha la stessa madre, lo stesso
padre. Ma il film è la sorella del libro, con le inesorabili
differenziazioni. La ragazza ha i seni, ha la vagina. Il ragazzo
ha il pene, ha i muscoli. Certo, molto spesso il fratello e la sorella
rivelano delle somiglianze incredibili. E’ preciso a te si
dice, e così anche i miei film. Certi film sono precisi al
fratello che è il libro, altri gli somigliano, hanno delle
caratteristiche. Alcuni, persino, non ci somigliano. Credo che non
ci sia nulla che non sia autobiografico, in qualsiasi angolo, anche
il più riposto, della mia attività espressiva. Persino
in una battuta che sembra uscita dal caso, di cui non rintraccio
l’origine creativa, credo ci sia dentro un dato autobiografico,
perché è l’unico che consente autorevolmente
a qualcuno di comunicare con gli altri. Se tu parli di ciò
che hai vissuto sei competente e se non hai vissuto non sei competente.
Qualcuno
ha detto che si deve scrivere solo delle cose che si conoscono.
Io vado anche un po’ più in là e dico: bisogna
scrivere solo ciò che si riesce ad amare e cioè che
fa parte, intima, assoluta, della propria vita. Credo che la grandezza
della creatività consista proprio nel consentire all’essere
umano che è mortale, di continuare anche dopo la morte ad
amare gli altri e ad essere amato dagli altri. Anche da gente che
non l’ha mai incontrato. Quindi la creatività è
proprio una possibilità pratica di vincere il muro della
morte, attraverso un sentimento d’amore.
La
ricerca sull’amore e sulla tenerezza mi sembra sia una costante
nei tuoi lavori, mi riferisco a Bell’amore.
Bell’amore è un film che non ho ancora finito. Ho fatto
uscire un’abbozzo. Avevo una storia straordinaria che, purtroppo,
per una serie di ragioni etiche e anche di perbenismo mi è
stata sottratta. Adesso il film lo potrò finire perché
ho un’altra storia straordinaria con cui sostituire la precedente.
Bell’amore sarebbero poi tutti gli uomini, invece che tutte
le donne di D’amore si vive. Bell’amore é stata
una risposta che davo a me stesso su D’amore si vive. Come
a dire, in D’amore si vive ho affidato il discorso dei sentimenti
a delle donne o tutt’al più a degli uomini che vivevano
come donne. Perché ci sono solo donne, oppure transessuali,
che parlano riferendosi a se stessi. E un bambino. In Bell’amore,
invece, troviamo solo maschi. Coppie di maschi, in un certo senso.
Frammenti
di vite clandestine mi ha riportato alla mente la produzione filmica
di Daniele Segre. Secondo me in Segre c’è molto di
tuo.
C’è tantissimo, ma in senso più imitativo. Lui
effettivamente è stato molto colpito dal mio lavoro, però
il problema di Daniele è che non riesce ad amare se stesso
al punto da amare i propri personaggi, e li teme. Daniele ha una
vicenda espressiva che è molto simile a quella di Bellocchio,
che ha paura dei propri personaggi. Marco Bellocchio ha addirittura
paura delle proprie immagini, non sa dove tagliarle. Daniele secondo
me teme i propri personaggi e il personaggio lo capisce. Per questo
i film di Daniele, secondo me, sono passibili di invecchiamento.
L’invecchiamento è un problema nel cinema, ci sono
molti film che invecchiano e secondo me, anche nella vita reale,
l’invecchiamento non è dovuto alla decadenza del corpo,
che per certi versi non decade mai, ma ai compromessi e alle menzogne
e a tutto ciò che non è accaduto e che doveva accadere.
Il gattopardo, per esempio, è un film per me terribilmente
invecchiato. E’ un film sull’ottocento che in teoria
non dovrebbe mai invecchiare. Allora perché è invecchiato
Il gattopardo? Perché Visconti in quel film, costretto dalla
propria origine di nobile, ha raccontato una storia, riscattando
tutto quello che aveva vissuto come comunista. Ha narrato di una
nobiltà migliore di quella che effettivamente era. Ha mentito
in modo tremendo, svelando per la prima volta la sua vera appartenenza.
E questo è paradossale. Facendo capire, in realtà,
che aveva sempre mentito, anche quando diceva di essere comunista.
Era partecipe in buona fede di un’immensa menzogna che era
quella di identificare il comunismo con il Partito comunista. Ha
rappresentato i nobili come i nobili non sono mai stati, ma obbligatoriamente
come aveva bisogno di rappresentarli, per recuperare la grande menzogna
del suo essere comunista. Il film, a mio parere, invecchia e invecchierà
sempre per queste ragioni.
Jolanda
prima del silenzio è l’incontro tra una madre e il
figlio condannato all’ergastolo.
E’ un incontro, se vuoi, tra due ergastolani. Questa povera
donna di novantadue anni ormai è reclusa nel villaggio dov’è
nata. Il villaggio è deserto, sono emigrati tutti, lei vuole
morire nella propria prigione. E’ ospite di queste quattro
pietre. Arrivano il frate e il carabiniere, come le due massime
autorità dello Stato, a dirle che suo figlio è stato
condannato all’ergastolo. Allora, spinta da questa propulsione
stupenda e misteriosa della maternità va. Va dal figlio,
ma non sa dove andare. Non ha mai visto le automobili, non ha mai
visto niente, non sa neanche cosa sia Roma, non sa nulla, però
va. Questo suo andare svela, nel corso del film, tutta la mortale
staticità di ogni manifestazione sociale del potere. I grandi
palazzi, l’Altare della Patria, e lo sguardo di chi vede il
film, quindi anche il mio. Scopre sempre più il suo immenso
valore, piccolo insettino che si muove rispetto all’atroce
inutilità di tutto il resto. E’ un miracolo questo
film. Non c’è neanche una parola, solo immagini. L’ho
girato tutto con la macchina a mano, anche se non si vede mai che
è una macchina a mano, con questa straordinaria donna che
pesava ventisei chili. Era anche una morta di fame, viveva in un
posto dove non c’era più acqua, non c’era niente.
Probabilmente mangiava dei fili d’erba, si faceva la zuppa
con la pioggia. Il frate all’inizio le diceva: «Ma chi
ti accompagna a Roma?». Callisto Cosulich ha scrittto una
cosa straordinaria: Il viaggio di Jolanda verso la città.
Nel
'92 hai fatto un rifacimento per la Tv di Uova di garofano, ti era
stato richiesto?
Non è stato un rifacimento. Avevo girato un'ora di materiale
che non ho voluto mettere nel film, perché non volevo che
il film andasse nelle sale con una durata di due ore e mezzo. Allora
ho chiesto alla televisione di fare due puntate. Queste due puntate
durano effettivamente due ore e mezzo, ma non le proiettarono mai.
Il film almeno quattro volte. Anche il film rischiava di non andare
in onda. Andai in R.A.I. a dire: "Guardate che vi sta scadendo
il contratto". La televisione non è attrezzata a mandare
in onda film che riguardano la vita, ecco perché ha dovuto
relegare tutti i film belli di notte. I film belli hanno un'audience
che paragonata all'audience che hanno i film superficiali è
irrilevante sul piano economico, per cui chi vende la mostarda attraverso
i film della Rai, preferisce che il suo messaggio arrivi a cinque
milioni di persone piuttosto che a cinquecentomila. Il dato economico
è effettivamente il nuovo misticismo, il denaro è
l'elemento collante di tutte le forme di potere, di frustrazione
e di sottomissione. E' come la religiosità nel Medioevo.
Quindi il denaro non ha nessun rapporto con la creatività,
ha rapporto con la produttività, con la quantità.
Io ho imparato a capire che non esiste il funzionario malvagio che
dice :"No, questo è pericoloso per il genere umano".
Non è quello il problema, il problema è che non c'è
compatibilità fra la creatività e il denaro. Il trionfo
del vuoto è tutto un programma come titolo. Il trionfo del
vuoto dell'architettura fascista. E' un film commissionatomi da
Artè, una rete televisiva sofisticata franco-tedesca, che
attraverso un misterioso gruppo svizzero mi contattò per
chiedermi se ero interessato a fare questo film. "Sì,
sono molto interessato", se non altro perché si presentava
come un'indagine. Io del fascismo avevo solo conosciuto gli orrori
e volevo conoscere anche le meraviglie. Mi imposi di filmare tutti
esempi di architettura fascista nel loro splendore, cioè
tutti quelli appena restaurati, senza far vedere le rovine. Però
nell'avvicinarmi a questo tema ho scoperto che nell'architettura
fascista non esistono spazi, ma esistono vuoti, che l'architettura
fascista crea vuoti non spazi. Come a dire, facciamo un bel vuoto
così dopo ci mettiamo dentro qualcosa. Non so, Le Corbusier
crea degli spazi, Wright crea degli spazi. Il trionfo della volontà,
un film che narra dell'ascesa al potere di Hitler, di L. Riefensthal,
l'ho paragonato a un trionfo del vuoto. Nel mio film non ho messo
nessun essere umano, ci sono solo un po' di gatti, statue, strutture,
ombre, ma non ci sono esseri umani.
L'hai
girato a Roma?
No, è girato anche in Sardegna, ad Arborea e Carbonia. Le
case rurali le ho riprese in Sardegna. Poi ho girato anche a Napoli,
Roma, Brescia e Ferrara. Sono andato in giro per l'Italia a cercare
tracce di questo tipo di architettura. Certo, il film ha il limite
della commissione, della durata. Io l'avrei fatto durare un po'
meno. Il trionfo del vuoto è paragonabile a Il Leone d'argilla,
nato nello stesso periodo, il 1993.
Il
leone d'argilla è nato dietro le quinte del festival di Venezia.
Fui stimolato a fare Il leone d'argilla perché quando sentii
che Pontecorvo era stato nominato direttore, per me fu uno shock,
come se dicessero: hanno nominato Garzia Marquez Ministro della
Cultura. Andai a Venezia e iniziai a filmare. Alla fine, nel film,
Pontecorvo praticamente non c'è quasi mai. Lui non contava
nulla. Ho scoperto che chiunque diriga uno Stato o un'Istituzione
borghese, è un'assoluta nullità. Assomiglia molto
a quei bambini che hanno il volante a ventosa ma in realtà
chi guida è un altro. Pontecorvo mi fece sinceramente una
grande pena. In realtà avevo girato ventiquattro ore, perché
pensavo l'anno dopo di proiettare su degli schermi per ventiquattro
ore no stop, questo materiale, ma me lo proibirono. Lo stesso Pontecorvo
disse che non era possibile. Allora feci ventiquattro film di un
minuto l'uno che rappresentano la struttura del film.
Nella
tua visione del mondo e della vita il lavoro, com'è strutturato,
rende l'uomo schiavo.
Il lavoro, certamente, è uno degli elementi che garantiscono
al potere il controllo sui sudditi che sono incapaci di agire. E'
una camicia di forza formidabile il ricatto del lavoro. C'è
un matto alla fine della Seconda ombra che dice: "Il lavoro
rende l'uomo simile alla bestia". Allora, non è in realtà
il lavoro che rende l'uomo schiavo, ma il dosaggio del lavoro. Così
come non è l'industria che distrugge l'ecosistema, è
l'uso dell'industria, il dosaggio dell'industria. E' il fatto che
per produrre ventisette diversi tipi di dentifricio si deve sporcare
un oceano. Non si capisce perché non si debba avere un dentifricio
che non inquini. E' sempre una questione di uso, quindi ritengo
che oggi l'essere umano possa, fruendo delle nuove tecnologie, essere
produttivo lavorando un giorno alla settimana.
Gianguido
Spinelli, su Tempi moderni, ha impietosamente stroncato L'uomo proiettile,
un film che rappresenta mirabilmente il tuo concetto sul lavoro.
Ho letto quell'articolo su Internet e ho anche scritto una lettera
al suo autore in cui gli dicevo: "Non so se tu l'hai visto
davvero questo film, mi sembra molto strano quello che scrivi".
D'altronde ho avuto degli attacchi paradossali anche da parte di
Marco Giusti. Per un anno ho esposto nel mio cinema una recensione
di Gianluigi Rondi su Viridiana di Bunuel, che è un assoluto
capololavoro, dove c'era scritto: "Questo regista è
un pasticcione, non ha nessun avvenire". Il mio film non si
presta minimamante a queste critiche. Su un'altra rivista, Segno
cinema, hanno scritto: "Per presentare L'uomo proiettile Agosti
si è permesso di venire a Venezia con un camper perché
non voleva andare al Grand Hotel. Comunque se Tinto Brass guarda
il proprio pene, Agosti guarda il proprio ombelico". Ho telefonato
all'autore del pezzo, un giornalista di Milano, per chiedere spiegazioni,
e lui, molto affabilmente, mi ha detto:"Meno male che mi hai
chiamato. Mi hanno chiesto di presentare a Desenzano del Garda L'uomo
proiettile". E io di rimando: "Ma scusa, come fai a presentarlo
se non l'hai mai visto, perché da quello che hai scritto...".
E lui: "No, no, adesso prima lo vedo ". Comunque a Desenzano,
dopo aver visto il film, ne fece un panegirico. Ora, non è
che uno non possa dire anche con ferocia il proprio parere su un
film, ma dopo averlo visto.
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"SETTIMA E ULTIMA PARTE"
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