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"Non si può acquistare un lampo, un tuono o l'oceano"
- Settima e ultima parte

intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione Culturale L'Alambicco di Cagliari

Nel '98, per Alfabeto italiano, RAI 3 ha prodotto il tuo film La seconda infanzia, presentato anche alla cinquantacinquesima mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Io non ci sono andato, perché avevo già deciso di non mettere più piede a Venezia. Però sono stato contento di realizzare questo film sugli anziani. Gli anziani e i bambini sono due popoli che hanno innumerevoli caratteristiche in comune: gli anziani, i bambini e le donne. Sono come dei popoli limitrofi che hanno molti aspetti in comune. Con questo film ho voluto capovolgere la retorica dell'anziano, debole per antonomasia, che non può fare certe cose. Allora sono andato a filmarli. C'è un vecchio di novantaquattro anni che si allena, un altra di novantadue che si è appena laureata per la terza volta. Aveva incominciato a studiare a ottanta. Tutta gente che faceva capire che una vita ben vissuta conduce ad un commiato onorevole e che può fruire di tutte le caratteristiche, di pienezza operativa, anche a livello fisico. Fra l'altro sto incominciando una ricerca sulla sessualità degli anziani. Ho trovato una donna, a Parma, di ottantasei anni, che mi ha detto: "Ho avuto tre orgasmi la settimana scorsa, uno dietro l'altro. Certo, adesso gli anziani vogliono andare con quelle più giovani, quelle di settant'anni, con noi no".

Dopo venticinque anni, con La seconda ombra, sei tornato ad occuparti di Basaglia e dei problemi legati al disagio psichico.

La seconda ombra è un film sbocciato dal nulla. Dovevo cominciare, ormai già da un anno, La ragion pura. Improvvisamente mi sono trovato, invece, a fare La seconda ombra. Non avevo nessuna intenzione di fare La seconda ombra, non so davvero perché l'ho fatta. Ero all'oscuro che erano passati vent'anni dalla morte di Basaglia. Non sapevo nulla. Mi è accaduto un fatto curioso: mi è stato chiesto di completare una serie di riprese che avevo fatto nel '75, il volo di centocinquanta matti sopra Trieste, che si chiamava Il volo. Ho completato questo filmino di venticinque minuti. Alla fine di questo film ho scritto: "Offro questo piccolo film all'amore di Basaglia, in attesa di celebrarne il valore e le qualità con un'opera certamente più degna di questa". Siccome avevo fatto questa kermesse portentosa delle quattordici puntate di Trent'anni di oblio, tutte le lotte del sessantotto-settantotto, non me la sentivo di passare a un tema così incredibilmente raffinato, delicato e intimo come La ragion pura. E' un esame, per così dire, di un'esperienza ponte a livello creativo. E La seconda ombra è apparsa per darmi questa possibilità, perché è un film pubblico, ma è anche un film che si accosta a una sorta di cattura di un'intimità sociale. C'è qualcosa di intimo in tutti gli elementi sociali del film. Dal modo in cui i malati si esprimono, dalla loro creatività, da questo loro vagare con lo sguardo per ricordare agli altri esseri umani che la vita è ben altro, e che comunque, è estremamente più preziosa di quanto chiunque possa pensare. Dopo La seconda ombra mi sono trovato spontaneamente a cominciare, finalmente, dopo quattro anni da quando avevo deciso di farlo, La ragion pura. E adesso l'ho finito. Non ce l'ho ancora alle spalle perché devo ancora capire che film ho fatto. Quello si capisce veramente quando si vede il film finito con un po' di gente.

La Ragion pura ha delle attinenze col tuo primo lungometraggio, Il giardino delle delizie.

La ragion pura, curiosamente, dopo trentatre anni, comincia là dove finiva Il giardino delle delizie. Col Giardino delle delizie avevo esaminato il matrimonio come una delle varie gabbie istituite dal potere per stritolare, per sbriciolare i sentimenti, per riuscire a negarli, perché il sentimento è un'energia enorme. Una persona sentimentalmente felice è indomabile e quindi il matrimonio l'avevo subito visto come un meccanismo stritolatore dei sentimenti, che trasformava in una specie di misteriosa alchimia le donne in mogli e gli uomini in mariti, e mi chiedevo allora cosa ci fosse nella natura di analogo ai mariti e alle mogli. Non ho trovato nulla, se non delle funzioni molto temporanee di paternità anche nelle madri. Le madri in natura vivono la temporaneità del loro essere madri, è una caratteristica del loro essere femmine. Ma non è una persecuzione perpetua, per cui appena una donna diventa madre è solo madre per tutta la vita come una specie di sacerdozio. Questa riflessione l'ho fatta nel Giardino delle delizie che finiva con questo tremendo sguardo da moglie di questa donna, uno sguardo intriso di morte. Allora pensavo che per questi due esseri, marito e moglie, non ci fosse più niente da fare, perché ormai erano murati vivi. Allora era anche un'epoca pre divorzista, quindi la loro situazione era un fatto concepibile. Invece adesso sboccia una straordinaria storia d'amore, fra questi due ruderi che ritrovano miracolosamente una loro integrità, una loro potenza, una loro vitalità. Quella che ho cercato di far vedere anche nell'estremo limite dell'anzianità, in La Seconda infanzia. Quindi l'originalità della Ragion pura è proprio questa: nasce una straordinaria vegetazione in un territorio ormai stepposo e desertico. Credo che in questo senso sia un po' la prima storia d'amore di questo tipo, che la letteratura o anche il cinema propone.

Anche La Ragion pura nasce da una tua opera letteraria.

Da un romanzo, dal titolo La ragion pura.

Concepito e pubblicato nel 1993.

Io non è che scrivo un romanzo per fare il film. Nel '90 ho prodotto Uova di garofano dal romanzo omonimo, poi nel '95 ho fatto L'uomo proiettile e nel 2000 La ragion pura. Fra l'altro poi in questo senso, dal '98 in poi, si è scatenata una stagione creativa nella mia vita incredibilmente feconda, perché poi in tre anni ho fatto due lungometraggi, quattordici puntate di Trent'anni di oblio, più le puntate su Dario Fo e Franca Rame. Non è poco.

Gli interpreti della Ragion pura sono Franco Nero e Eleonora Brigliadori. Come è nata questa scelta?

Guarda, è nata in un modo veramente buffo, perché avevo frequentato Franco Nero, ultimamente, in quanto suo figlio ha fatto un film e lui l'ha voluto portare all'Azzurro Scipioni. Non avevo mai pensato di farlo interpretare a Franco Nero, sinceramente. Cercavo disperatamente il protagonista, poi verso le tre del mattino, un giorno, mi sono svegliato, ho acceso il televisore e ho visto Franco Nero nel Giorno della civetta, un vecchio film. Sembrava un uomo di cinquant'anni, pur avendone allora non credo più di ventisei-ventisette. E allora ho detto: "Glielo domando a Franco". Ero abituato a vedere un Franco Nero ripreso col grandangolo, in mezza figura, che non mi interessava. Quando l'ho visto da vicino, ripreso con un tele, mi ha profondamente colpito. Allora gliel'ho chiesto e lui ha accettato immediatamente. Poi dopo il problema era lei, allora ho parlato con Margherita Buy, con Laura Morante, non ho avuto delle risonanze sufficienti per battermi con tutte le mie energie per avere né l'una né l'altra di queste due, del resto anche graziose creature. Poi un giorno ho trovato una foto di una tipa e ho detto: "Ma questa è proprio quella che cerco io". Non ho neanche visto il nome, dopo una mezzoretta mi telefona Franco Nero e mi dice: "Senti ho pensato alla protagonista del film, perché non provi con Eleonora Brigliadori?". Che era quella della foto. Sono cose misteriose che accadono. L'ho incontrata e ho capito immediatamente che andava bene per la parte. Io volevo una donna sicuramente matura, non una ragazza, ma ancora altamente desiderabile come primo approccio. Di Franco Nero avevo gia capito che potevo farne una specie di adolescente maturo.

Gli altri attori che compaiono nel film sono attori professionisti?

L'antagonista che ha un ruolo molto importante, è Patrizia. L'ho incontrata per strada a Padova, dove ero andato a portare D'amore si vive, all'Università. Sono uscito a telefonare e nel cuore della notte mi è passata vicino questa creatura incredibile, con un lungo vestito bianco, sembrava un'apparizione, e le ho detto: "Per ora ci sarebbe almeno una sola ragione di toccarti e di vedere se sei reale o irreale". Allora lei si è fermata, ha sorriso, siamo diventati amici e abbiamo anche avuto una bella storia d'amore, poi non l'ho più vista. Dopo ci ho ripensato e mi sono proprio impuntato per farle avere la parte. Molti mi sconsigliavano, dicendomi che non aveva mai fatto niente, invece secondo me era perfetta ed è stata talmente perfetta che non ho lavorato minimamente al montaggio, su di lei. Ho lavorato in modo molto complesso su tutto il resto delle immagini, ma su di lei quasi niente. Era perfettamente il personaggio che cercavo. E' un tipo di donna che fa fatica a concedersi, della serie: "Sai come sono fatta io... Adesso no, forse fra un po'". Il tipo di donna che fa il bagno vestita, era esattamente quel tipo di donna. Quindi è stato come quando uno deve far passare un gatto e ha il gatto. E' stata una cosa facilissima. Poi ci sono tutti gli altri, i soliti bambini che per me sono un immenso piacere da filmare, perché offrono sempre questo grande mistero dell'integrità. Stai sempre filmando un paesaggio completo. Qualsiasi bambino filmi, stai filmando un paesaggio che ha tutto ciò che lo determina. Non gli manca niente. Non mi è mai capitato di chiedere a un bambino di aggiungere qualcosa a quello che faceva. E poi ci sono anche molti altri. Ho girato il Gay Pride, c'è una sequenza importante nel film dove i due protagonisti vanno al Gay Pride a vedere. Scoprono queste diversità, di questi bellissimi uomini truccati da bellissime donne, così lì incomincia questa ricerca imponente nel settore dell'affettività e della sessualità. E' ambientato non si sa dove, sul pianeta terra. Potrebbe essere Brooklyn o Brescia, New York, Roma, Padova. Le riprese sono state fatte a Padova, Brescia, Trento e molte a Roma. Ci sono delle belle scene di natura, sul fiume, ambientate fuori Brescia.

Per La seconda ombra hai invece scelto Remo Girone.

Remo Girone era adatto, molto adatto a impersonare questo personaggio di uno psichiatra che non vuole essere uno psichiatra, di un direttore che non dirige, di un medico che non cura, ma sembra curare se stesso attraverso la malattia degli altri, insieme con gli altri. Questa portentosa caratteristica di Basaglia, che era scolpita in un altruismo così spontaneo. Certe volte ci sono anche delle persone altruiste, ma ti accorgi che per certi versi fanno un po' fatica, invece in lui l'altruismo era una specie di eterno sbocciare di qualche cosa di estremamente essenziale e spontaneo. Non quel donarsi nevrotico che è tipico di certe compagini cattoliche che si commuovono nel donarsi, che pensano che donarsi sia una gran cosa. In realtà quel personaggio assomigliava molto di più alla modestia con cui la natura si dona. La natura come si sa è un eterno dono, però non è che la mette giù lunga per tutti i frutti che dà, per tutta la vita che rinnova. Invece Basaglia era semplicemente un essere umano.

intervista raccolta da Alessandro Maci e Patrizia Masala, Associazione Culturale L'Alambicco di Cagliari

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