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INTERVISTE a SILVANO AGOSTI
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"Il realismo magico di Agosti"
a
cura di Stefano Andreoli, 1996
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Articolo tratto da DM 123 (agosto 1996) - DM è il periodico
dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Direzione Nazionale.
Ha sede in Via P.P. Vergerio 19 - 35126 Padova. Tel. (049) 8025248
- Fax (049) 8025249. E-mail redazionedm@eosservice.com
Se
è vero che un film - nei casi migliori - è l'eccezionale
prodotto di più personalità, tra cui quella del regista
(o, se si preferisce, dell'"autore"), i film di Silvano
Agosti, ospite di questo numero di DM, sono senza dubbio il risultato
di una personalità eccezionale.
Agosti,
infatti, è uno dei pochissimi cineasti italiani per il quale
il termine "autore" non è usato a sproposito, in
quanto egli, oltre a scrivere, montare e dirigere le proprie opere,
le autoproduce e autodistribuisce. A
Roma, al cinema "Azzurro Scipioni" - la sala di sua proprietà
- lo si trova spesso alla cassa o a controllare che la proiezione
si svolga nel migliore dei modi.
Parlare
dei film di Silvano Agosti non è comunque facile, proprio
perché è difficile vederne qualcuno (al cinema o in
TV), specie dei meno recenti, a meno di non frequentare l'"Azzurro
Scipioni". Qui vogliamo ricordare almeno due titoli, Matti
da slegare (1975) e Uova di garofano (1991), il primo dei quali
tratta la condizione dei malati mentali negli istituti-lager e negli
ospedali psichiatrici, oltre che del progetto attuato a Parma di
progressivo inserimento degli ex degenti in strutture alternative.
Un film, questo, doppiamente importante, sia per la storia in Italia
della psichiatria democratica, sia perché ha inaugurato un
nuovo modo di fare cinema di intervento diretto, che lascia parlare
la "realtà" e non pretende di descriverla "oggettivamente".
Uova
di garofano, invece, è un film autobiografico nel quale Agosti
racconta con vero "realismo magico" i propri ricordi durante
gli anni della seconda guerra mondiale, guardando agli adulti -
con gli occhi di "Silvano bambino" - come ad esseri "sinceri,
nell'obbligo quotidiano della menzogna".
Proprio al
cinema "Azzurro Scipioni" DM è andato a cercare
Silvano Agosti.
Esiste a suo parere un linguaggio veramente
appropriato per rappresentare l'handicap nel cinema?
Per
rappresentare nel cinema non solo l'handicap, ma qualsiasi cosa,
è a mio parere indispensabile un rapporto d'amore con ciò
che si filma, per poterlo veramente conoscere, e quindi descrivere,
magari trasfigurandolo in termini di poesia. Il linguaggio insomma
della verità, senza complicazioni interpretative, senza arbitrarie
valutazioni. La
massima libertà, invece, l'autore può prenderla a
livello di stile, che mi risulta essere unico e irripetibile in
qualsiasi essere umano.
Sempre restando sul tema dell'handicap, le
vengono comunque in mente dei film che abbiano rappresentato per
lei dei "modelli", in positivo o in negativo?
Faccio
fatica a concepire il mondo attraverso modalità come positivo
o negativo. In realtà si tratta di valutare quanto un fenomeno
anche creativo sia "vivo", capace cioè di evolversi
attraverso lo scorrere del tempo, proprio come ogni realtà
vitale. Il prodotto cinematografico americano, ad esempio, nella
stragrande maggioranza dei casi, muore insieme al tempo del suo
sfruttamento commerciale, mentre il cinema vero e cioè "d'arte",
continua a vivere per sempre.
Mi viene in
mente Come in uno specchio di Bergman, dove la finzione espressiva
è talmente perfetta da superare qualsiasi desiderio di realtà
e diviene essa stessa reale attraverso l'applicazione rigorosa della
"coscienza espressiva" dell'autore. Poi
ricordo una buona opera americana David e Lisa, delicata storia
d'amore tra due portatori di handicap. E anche lo straordinario
Oltre il giardino di Ashby, nel quale il cosiddetto portatore di
handicap (magistralmente interpretato da Peter Sellers) si dimostra
ad un livello assai più alto e profondo dei cosiddetti normali.
Ricorda qualche episodio della sua vita particolarmente
significativo in cui ha avuto esperienze dirette con persone disabili?
Ho
vissuto per quasi tre anni con un ragazzo down che all'inizio non
era in grado di far nulla, poiché la madre si era sostituita
a lui in tutto e lo lavava, lo imboccava, lo puliva... Dopo tre
anni di distacco dall'ambiente familiare il ragazzo era in grado
di badare a se stesso e svolgeva anche un'attività lavorativa
presso il locale mercato della frutta. Quell'esperienza
mi ha dato molto, facendomi verificare direttamente quanto a volte
l'handicap sia aggravato da un errato modo di compatire il soggetto
e in sostanza di negargli qualsiasi autonomia.
Sicuramente il suo Matti da slegare del '75
è un prodotto sulla condizione dei malati mentali al di fuori
degli schemi del documentario classico - "informativo e distaccato"
- che entra direttamente nella realtà psicologica e sociale
del "matto". Se oggi potesse ripetere quell'esperienza
con gli stessi metodi di allora, pensa che prenderebbe in considerazione
qualche altra realtà sociale oltre a quella degli ospedali
psichiatrici?
Oggi
più che mai penso che i comportamenti sociali e culturali
siano sostanzialmente folli. Si pensi al modo disumano di negare
ai più il tempo della vita, costringendoli a lavorare o a
sognare di lavorare o a guarire dalle nevrosi provocate dal lavoro,
mentre sarebbe ormai possibile oltre che naturale limitare il lavoro
produttivo a un giorno la settimana, riservando gli altri sei giorni
a giocare, creare e vivere, insomma a una diversa e più libera
operosità... Si
pensi poi alla gestione dei sentimenti, ingabbiati e negati dalle
istituzioni e dalle norme matrimoniali. O si pensi alla "perversa"
divisione tra "artisti" e pubblico, dove la creatività,
invece di essere un diritto comune, assurge a "miracolo",
caratteristico di pochi privilegiati.
Oggi quindi,
per descrivere la follia, si potrebbe estendere l'indagine all'insieme
del territorio sociale, almeno fino a quando il rispetto per la
persona umana non sarà soltanto esiliato nei proclami delle
Nazioni Unite, ma diventerà operante e vivo nel quotidiano
di ognuno.
Guardando ad una citazione tratta dal suo
Uova di garofano, come stanno oggi, nella nostra società
degli anni Novanta, quegli uomini "sinceri, nell'obbligo della
menzogna", di cui parlava a suo tempo?
"La
sincerità nell'obbligo quotidiano alla menzogna" non
è stata soltanto una caratteristica del regime fascista di
Mussolini, ma un'eredità operante che caratterizza anche
gli adulti di oggi. Come
non mentire a uno Stato che tra le infinite malefatte lascia tanti
drammatici interrogativi irrisolti? Gli autori delle stragi di Milano,
Brescia e Bologna ormai evidentemente accomunati nell'impunità...
E la vergogna di costringere associazioni encomiabili come la vostra
a occuparsi della distrofia muscolare, altri della sclerosi multipla
o della ricerca sul cancro (cui dovrebbero corrispondere altrettanti
laboratori statali di ricerca), invece di garantire, come Stato,
il diritto di tutti i cittadini alla salute!
Una domanda infine anche sugli "handicap"
del cinema italiano, che molti definiscono in crisi ormai da lungo
tempo. Qual è secondo Lei il più grosso handicap del
cinema italiano oggi?
Il
maggior handicap del cinema in generale è la sua impostazione
industriale. Dal 1926, da quando cioè con la nascita del
cinema sonoro l'industria da un lato e i grandi apparati propagandistici
dei sistemi totalitari (Unione Sovietica, Germania, Italia) hanno
sottomesso il libero linguaggio delle immagini a severe regole produttive
tra le quali non primeggia certo la qualità artistica, ma
piuttosto le possibilità di raddoppiare o triplicare i capitali
investiti.
Già
allora il grande poeta russo Majakowski intuiva in una mirabile
composizione poetica che:
Il
cinema è un atleta
Il cinema è portatore di idee
Il cinema è una visione del mondo
Ma il cinema è un malato
L'industria gli ha gettato
Negli occhi una manciata d'oro...
Abili imprenditori con storie lacrimose
Ingannano la gente...
Personalmente non sono interessato al cinema industriale e preferisco
sognare la nascita di migliaia di autori nel nostro paese, liberi
di esprimere la loro visione del mondo e di sommergere con vera
creatività gli stentati e miseri prodotti del cinema commerciale.
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A SILVANO AGOSTI"
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