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ANALISI DEI CORTOMETRAGGI DI SILVANO AGOSTI
a
cura di Filippo Schillaci
"Prima del silenzio" (1989, durata 29')
Sentii parlare per la prima
volta di questo film da Agosti stesso quando, nel 1989, venne in
un piccolo cineclub di Pisa a presentare Quartiere. La struttura
narrativa dell'allora futura opera, quale egli la raccontò
quella sera, è la seguente: una donna vecchissima, vissuta
sempre lontana da qualsiasi città, in uno stato ´pressoché
animalescoª, ´quasi incapace di parlareª, riceve
un giorno la notizia che suo figlio è stato arrestato. Le
sono concessi tre giorni per poterlo incontrare, in carcere, a Roma.
Il film è la storia del viaggio che ella compirà dalla
sua casa isolata fra i monti fino alla città, del suo primo
contatto con il "mondo civile" (ci tengo ad attirare l'attenzione
del lettore sulle virgolette), del breve colloquio col figlio, da
cui risulterà che egli è in carcere per motivi politici,
e di un gesto finale che la donna compirà dopo tale colloquio.
´Non so ancora quale sarà questo gestoª disse
quella sera Agosti, ´quando lo troveró inizieró
a girare il filmª. Ricordo che fece una analogia con il gesto
finale della protagonista di La Madre di Pudovkin, la quale manifesta
una raggiunta consapevolezza agitando una bandiera rossa; e parló
anche della struttura formale del film, che egli immaginava di realizzare
in due soli piani, rispettivamente della durata di un'ora (il viaggio)
e dieci minuti (il colloquio col figlio e il gesto finale).
Nella sua realizzazione definitiva il film appare immutato rispetto
al progetto iniziale per quanto riguarda la struttura narrativa,
articolata in quattro parti: la notizia dell'arresto, il viaggio,
il colloquio, il gesto finale, profondamente diverso nella sua struttura
formale in cui il monolitismo dei due piani-sequenza previsti ha
lasciato il posto a una scansione quasi per frammenti (vi sono 116
piani di durata media pari a 15").
La prima parte è composta di due momenti: l'arrivo dell'agente
di polizia che porta la notizia, accompagnato da un frate, alla
casa della madre e l'attesa di quest'ultima che giunga l'ora della
partenza. Il primo, che ha valore di prologo, è composto
da una serie di brevi piani girati in esterni, dominati da un paesaggio
aspro e pietroso e si conclude con un lungo piano girato dall'interno
dell'abitazione della donna, in cui per 1' 20" la macchina
da presa rimane puntata, immobile, sulla porta d'ingresso, circondata
da una oscurità assoluta. Né della casa vedremo molto
di più nelle inquadrature che seguono, tutte concentrate
sul viso della madre, ripreso contro uno sfondo in cui dominante
è ancora l'oscurità; come già in alcune sequenze
di Quartiere, solo pochi, scarni elementi entreranno in campo, ma
sufficienti a raccontarci senza alcuna ridondanza di un mondo povero
e primitivo, di una selvatica essenzialità dalla quale non
solo il nostro presente ma anche la nostra memoria ha da tempo stabilito
una abissale distanza.
I primi piani si fanno invece rari durante il viaggio verso Roma:
la macchina da presa riprende la madre quasi sempre in figura intera
o campo medio, vediamo la donna muoversi con estrema lentezza e
fatica nelle strade del paese e sullo sfondo di splendidi scenari
naturali; è una figura piccolissima, immersa in un paesaggio
infinitamente piú grande di lei ma non estraneo, non angosciante
come sarà invece quello delle successive (e ben più
numerose) inquadrature urbane, in cui la donna si aggira per le
strade di una Roma gelida e disumanizzata, e dove Agosti restringe
l'orizzonte visivo utilizzando spesso inquadrature angolate dall'alto
che conferiscono al paesaggio artificiale connotati opprimenti e
al personaggio in esso immerso una accentuata debolezza. Solo durante
la visita alla basilica di San Pietro la macchina da presa si solleva
verso l'alto, ma solo per inquadrare forme che incombono sulla donna:
la statua di un angelo, la gente, piú alta di statura, che
la circonda, mentre l'uso del controluce rende cupe queste forme
che svettano sulla piccola figura affaticata. Durante tutta questa
seconda parte, la struttura temporale scelta da Agosti è
quella di una serie di brevi piani spesso chiusi in sé, quasi
dei piani-sequenza in miniatura, di semplice struttura interna,
ognuno dei quali trova fatica a relazionarsi ritmicamente agli altri,
pare costituire (quando non costituisce di fatto) un momento narrativo
autonomo. L'effetto è quello del ripetersi ossessivo, quasi
privo di divenire, di un unico piano in cui vediamo la stessa figura
umana piccolissima, fragilissima, che avevamo visto muoversi sullo
sfondo di alberi e monti, immersa ora - senza via d'uscita, pare
suggerirci questa eccessiva ripetizione - nel labirinto ostile e
indifferente di un paesaggio allucinato.
Questa odissea attraverso tutti i piú usuali gironi infernali
della "civiltà" urbana approda all'immagine di
una mendicante e di un bambino accasciati su un marciapiede, immagine
che Agosti sottolinea efficacemente con una lenta, quasi solenne
carrellata semicircolare, ancora su una inquadratura angolata dall'alto.
È questo l'unico momento del viaggio, e uno dei due soli
momenti del film (l'altro sarà, nel finale, una lenta panoramica
sul corpo della madre abbandonato su una panchina) in cui non sono
piú i personaggi e il paesaggio a parlare ma la macchina
da presa in prima persona, momento in cui, in altre parole, Agosti
passa dal linguaggio della prosa a quello della poesia (alludo alla
nota definizione di Pasolini che chiamó cinema di poesia
quello in cui "si sente" la presenza della macchina da
presa 3). Il viaggio prosegue ancora per qualche inquadratura, in
mezzo al frastuono assordante del traffico. Il conclusivo primo
piano di un piccione morto preluderà all'ingresso nel carcere.
Qui Agosti nuovamente non mostra nulla del luogo che circonda i
personaggi, ce lo racconta con immagini non descrittive ma evocative:
una rete fuori fuoco davanti al volto del figlio prigioniero è
sufficiente a raffigurare la prigionia stessa, tutto rimane giocato
su primissimi piani, quando non addirittura su dettagli (dei volti
dei due personaggi, delle mani della madre). Il montaggio è
un campo-controcampo che isola la madre e il figlio in due mondi
disperatamente lontanissimi; non solo essi non appaiono mai insieme
nella stessa inquadratura ma Agosti depura le immagini anche di
ogni riferimento spaziale comune attraverso cui ricostruire una
qualsiasi, anche parziale topografia fisica giungendo con questo
processo di astrazione visiva a uno dei momenti più densi
dell'opera. A esso corrisponde una analoga astrazione narrativa:
dal brevissimo dialogo apprendiamo che l'uomo è in carcere
per motivi politici ma quali essi siano rimane taciuto; e forse
è proprio attraverso simili processi di depurazione dal contingente
(quel particolare luogo, quel particolare evento sociale) che l'opera
d'arte puó aspirare - se puó - ad esprimere valori
duraturi, ad enunciare un sistema morale.
E siamo al gesto finale, dopo l'uscita dal carcere, che nulla ha
di quello della Madre di Pudovkin: non ci sono bandiere che sventolano,
nessun urlo di rivolta, come dire nessuna speranza, nessuna utopia;
il gesto della madre di Agosti è semplicemente l'accasciarsi
su una panchina, come morta e forse davvero morta, mentre lì
vicino si svolge, in uno spettacolo di burattini, l'ennesima ostentazione
di una onnipresente, usuale violenza. Sulla madre di Agosti, a differenza
del bambino dell'ultima inquadratura di Frammenti di vite clandestine,
di cui parlerò fra breve, non si poggia nessuna luce. La
macchina da presa continua a inquadrarla da varie angolazioni, suggerendoci,
appunto nel rivelarci il prolungarsi della sua immobilità,
l'idea della morte, ma se davvero si tratta di una morte fisica
non è importante. La morte di cui ci importa è una
morte interiore: il suo sguardo si è posato su una realtà
in cui dominante è ancora un principio naturale, cioé
barbarico, che vede nella forza, nella capacità di calpestare
l'unico elemento di diritto, una realtà contro cui ella non
può nulla se non chiudersi a ogni percezione, ed è
proprio questo il gesto conseguente: ridursi al silenzio, rinunciare
allo sguardo è il solo modo per ridurre il mondo, quel mondo
su cui ha posato per la prima volta gli occhi, al silenzio. E dunque
i suoni scompaiono, il frastuono lascia il posto al quieto, definitivo
tacere di una pace senza speranza.
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Analisi
dei film: Indice
generale
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